sostenibilità, risparmio, autoproduzione, esperimenti di decrescita :)

L’impronta ecologica

Questo libro me lo sono procurato in biblioteca, perché a meno che non si tratti di manuali da consultazione, ho deciso di non acquistare più libri e di optare appunto per la biblioteca, per il prestito o per il baratto. Non rinuncerò al piacere di leggere e non accumulerò più carta sui miei Billy ormai saturi.

Detto questo, la prima parte di questo volume definisce e spiega il concetto di Impronta ecologica in modo tecnico, con dati, numeri e formule. Per farla breve, l’impronta ecologica è uno strumento di calcolo che permette di stimare il consumo di risorse e di rifiuti prodotto da una popolazione (o da una famiglia, o da un singolo individuo), e di esprimere queste grandezze in superficie di territorio necessario. In pratica, prende in considerazione la quantità di risorse naturali (rinnovabili, non rinnovabili e ricostituibili), terreni, combustibili e tutto quello che è nesessario alle coltivazioni, agli allevamenti, alla costruzione dei beni che acquistiamo, allo smaltimento dei rifiuti, eccetera, e la traduce in ettari, che sono sparsi per il mondo, a seconda della provenienza di ciò che compriamo o di dove questo verrà smaltito. I dati vengono poi confrontati con la biocapacità, cioè gli ettari che abbiamo realmente a disposizione, rispetto a quelli che sfruttiamo. L’impronta ecologica si applica anche in altri ambiti; ad esempio può essere utile per calcolare il rapporto costi/benefici che potrebbero derivare dalla costruzione di un’infrastruttura o dall’utilizzo di una fonte di energia piuttosto che un’altra. I calcoli sono ovviamente sottostimati, ma comunque utili ad avere un quadro della situazione e ipotizzare la direzione verso cui si sta andando ed eventualmente “correggere il tiro”.

Per farvi un’idea della situazione: dal 1900 ad oggi, la nostra impronta ecologica ha continuato a crescrere, mentre la Terra procapite a disposizione continua a diminuire. Con l’attuale trend di sviluppo, nel 2050 l’impronta umana sarà pari al doppio di quanto la Terra possa sostenere. Superata una certa soglia di sfruttamento  della natura non c’è produzione umana che possa compensare la perdita di capitale naturale. Il perché siamo ancora vivi e vegeti e abbiamo l’impressione di non correre alcun pericolo, dipende semplicemente dal fatto che, come ben sappiamo, questa parte di mondo vive alle spalle di un’altra parte del mondo che sopravvive ben sotto la soglia di povertà. Quindi quando si fanno test che ci dicono “Se tutti vivessero come te, servirebbero 1,5 pianeti” e viene da chiedersi “e perché non siamo ancora esplosi?”, la risposta è “perché non tutti vivono come te”, chiaramente. Lasciare però la maggioranza della popolazione nella miseria, per garantire i nostri standard di benessere, a me non sembra un buon compromesso. Se dessimo a tutti la possibilità di uscire dalla miseria, ecco, sarebbe un problema.

Quindi siamo spacciati? Forse no. La seconda parte del libro infatti, spiega cosa possiamo ancora fare, a livello di Nazioni, ma anche e soprattutto come individui. Una soluzione può in parte risiedere nello sviluppo della tecnologia, ma non se questo si traducesse in uno sfruttamento ancora maggiore delle risorse. Prendiamo ad esempio l’auto elettrica: risolverebbe in parte il problema, possederne una. Ma se tutti demolissero le proprie auto per acquistarne una elettrica, o se l’energia delle auto non provenisse da fonti rinnovabili, si annullerebbe il beneficio. Un’altra soluzione può venire dai governi che potrebbero attuare politiche a favore di una maggiore sostenibilità, ad esempio obbligandoci ad effettuare determinate scelte piuttosto che altre. Ma la chiave per invertire la tendenza risiede nelle persone, nei singoli individui. Noi siamo la parte forte (con noi intendo occidentali e abitanti nella parte di mondo altamente industrializzato), quindi quella che ha potere decisionale e le nostre scelte determinano il futuro. Limitare i nostri consumi, ridurre i nostri rifiuti, scegliere dove acquistare la nostra prossima casa, optare per la bicicletta anziché per l’auto, può fare la differenza. Alcuni potrebbero vedere nel ridimensionamento della crescita un sacrificio, ma non è proprio così: sviluppo sostenibile è rinunciare a qualcosa in cambio di una qualità della vita superiore e la qualità della vita non è data solo dal benessere economico o dalla quantità di beni in nostro possesso. La qualità della vita è data dal tempo libero che abbiamo a disposizione, dall’aria pulita che possiamo respirare, dalla salute di cui godiamo. Una passeggiata aumenta la qualità della vita, molto più che mezz’ora di coda in tangenziale. Siete d’accordo?

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