sostenibilità, risparmio, autoproduzione, esperimenti di decrescita :)

Siamo tutti scollocabili?

Sabato scorso ho ascoltato Simone Perotti raccontare di downshifting e di Ufficio di scollocamento; dopo l’incontro ho avuto modo di partecipare alle discussioni nate tra chi come me aveva assistito all’intervento di Simone e dai discorsi che ho seguito (ed in parte origliato) è nato questo post.

Prima vorrei che leggeste l’ultimo post di minimo che chiarisce una volta per tutte il concetto di downshifting; poi potreste guardare il breve video di Simone Perotti che spiega l’idea di scollocamento. Infine immaginiamo una realtà difficile, forse rara, ma comune a molti.

Poniamo il caso di vivere o di conoscere qualcuno che si trovi in una situazione simile alla seguente: Giulia e Piero (nomi di fantasia), trentenni, vivono insieme in un’abitazione in affitto, senza giardino (quindi senza la possibilità di coltivare un orto). Lavora solo lui, guadagna 800 euro al mese (facciamo mille, dai, voglio essere buona) in un call center con un contratto a progetto (quindi se lasciasse il lavoro non avrebbe una liquidazione). Lei è disoccupata, ha perso il lavoro per “tagli al personale”; anche lei era una co.co.pro. per cui non ha una liquidazione, non è riuscita a mettere da parte un euro e non riesce a trovare un nuovo impiego, forse perché la sua età fa pensare alle aziende ad una maternità imminente (in ogni caso, che questa coppia voglia o non voglia figli è irrilevante poiché non avrebbero di che mantenerlo un bambino). Potete immaginarli laureati o diplomati, come preferite.

Quindi abbiamo questi due giovani immaginari che campano con meno di mille euro al mese, molti dei quali se ne vanno in affitto, gli altri in bollette, benzina, cibo. Aggiungiamo un po’ di sfiga e poniamo che non abbiano una famiglia alle spalle che li possa aiutare.
Giulia ha diverso tempo libero, ma non ha soldi e non può coltivare i suoi interessi perché anche gli interessi costano (potrebbe piacerle il nuoto, l’equitazione, il decoupage, la maglia, qualunque cosa richiede soldi, allo stato attuale delle cose).
Piero, oltre a non avere tempo, non può nemmeno iscriversi a quel corso di fotografia (o di qualunque altra cosa) perché non gli avanza nulla dello stipendio.
Due giovani sotto la soglia di povertà, frustrati ed annoiati, infelici e senza prospettive, in un Italia che non dà futuro a molte Giulia e a molti Piero che vorrebbero cambiare vita, certo, perché vivono nel sistema ma ai margini del sistema, che è il posto peggiore in cui stare.
Queste persone di fronte ai discorsi sul downshifting e lo scollocamento, come reagirebbero? E voi avreste idee per scollocarli, per dargli un’alternativa, per farli uscire dal vicolo cieco in cui si trovano?
Se trovate una soluzione per loro, probabilmente la troverete anche per voi.

 

Commenti

17 Responses to “Siamo tutti scollocabili?”

  • silvia scrive:

    Più che fantasia è la realtà. è tutto quello che mi fa incazzare. ogni giorno. diciamocelo pure che l’unica alternativa è levare le tende. con niente. finire a lavare i cessi magari…perché in italia manco più quello è possibile.
    qualcuno ha idee per la mia prospettiva di vita imminente? :D

    • tascabile scrive:

      puoi fare l’orto in giardino, di che ti lamenti? :D
      come ho risposto a Lo, è il sistema che deve cambiare. Perotti ci dice “abbandoniamo la nave prima che affondi” ma non dobbiamo dimenticare che in molti non sono nemmeno saliti sulla nave e stanno nuotando in mare aperto da anni.

  • Lo scrive:

    partendo dal fatto che non sono in una situazione così terribile…io per altri motivi ho deciso di scollocarmi…ci provo….ti dirò fra qualche mese….ma non sono messa in quella situazione…terribile e quindi forse non dovrei dire…

    • tascabile scrive:

      anch’io sono abbastanza scollocata, non so se per scelta o solo perché mi è capitato. il fatto è che chi si trova a sentir parlare di downshifting e scollocamento per la prima volta non credo pensi “wow, che figata” ma piuttosto “ma in che mondo vivi?”. e non ha tutti i torti, perché l’italia non è fatta solo da manager, professionisti eccetera ma anche da operai, cassaitegrati, giovani disoccupati, precari a tempo indeterminato. io faccio parte della categoria “giovani che stanno invecchiando tra un contratto infame e quello successivo”. non ho scelto di scalare la marcia, semplicemente sono rimasta in prima e ho trovato il modo di farmelo piacere (ma se sei in un vicolo cieco, pur andando in prima, è molto probabile che ti schianterai contro un muro, magari più lentamente).
      quello che voglio dire è che va bene rallentare, va bene rivedere i propri valori, va bene tutto, ma il discorso deve riguardare tutto il sistema per fare in modo che la decrescita sia davvero felice e non che la decrescita sia un lusso per qualcuno e una costrizione per molti.

  • Esterrefatta scrive:

    Viva il buon senso. Questa mattina quando ho letto un post entusista di questo scollocamento mi è venuta la depressione. Inoltre ho trovato abbastanza inquietante questi “uffici” cito “stanno nascendo degli uffici di scollocamento in Italia dei percorsi attraverso i quali prendere consapevolezza reale del problema che abbiamo” e ricito “lo scollocamento sono progetti in cui si lavora il doppio e si lavora però nella direzione giusta, nella direzione in cui non si devasta il paese, il pianeta, in cui non si fanno lavori inutili, socialmente irrilevanti o addirittura dannosi, in cui il tema del lavoro non è solo quello della fine di lucro ma è quello del giusto guadagno per una giusta azione in cui tutte le attività che nascono del momento dello scollocamento, costituiscono un’enorme mole di lavoro a cui l’individuo deve avere il coraggio di fare fronte, in cui si smette di invocare l’assistenzialismo e la partecipazione a uno Stato spesso insensato, ma si tenta di dare senso a azioni individuali studiate a posta per cambiare la nostra vita. Scollocarsi e cambiare vita è un nuovo modo, molto faticoso, molto soddisfacente per tentare di mettersi in salvo da un sistema che crolla!”. Negli anni concetti simili li ho sentiti esprimere in altri contesti come in “zeitgeist addendum” per esempio…nel blog di Salvatore Brizzi “La porta d’oro”…
    Dove non ti viene mai detto esplicitamente ma solo lasciato intuire che la Vita, il Vivere è un diritto certo…ma che va guadagnato. Quindi non è un diritto. E’solo un modo di fare il lifting all’attuale situazione, l’ennesimo modo di mascherare la schiavitù, di dare un ritocchino alla piramide dove i “cervelloni” di turno continueranno a vivere di discorsi e filosofia e gli altri del sudore della propria fronte. Come dire: cambiamo tutto per non cambiare niente.

    • tascabile scrive:

      mi spiace dirlo ma dopo aver letto il libro mi tocca farlo: il primo lavoro inutile è il loro, che aiutano la gente (quale gente? non si capisce quale sia il target) a decrescere. pagando. ogni incontro di orientamento è a pagamento, perché ci tengono a dire che un professionista lavora meglio se pagato, quindi per offrire un servizio di qualità, bisogna che questo servizio sia a pagamento.
      scriverò un post :)

  • Laura scrive:

    Ce ne sarebbe da dire sull’argomento, tanto che non so bene da dove cominciare. Forse dovremmo organizzare anche noi una tavola rotonda… :)

    • tascabile scrive:

      nemmeno io so bene da dove cominciare. forse dalla risposta che ho dato a @Anatolia e che riprendo in parte qui.
      dopo tre lezioni di economia (alle superiori, eh) si impara che nei momenti di prosperità di un paese, i governi dovrebbero aumentare la pressione fiscale per mettere da parte risorse da ridistribuire nei momenti di recessione (che sono normali e si verificano ciclicamente).
      qui qualcuno ha lavorato male e in piena recessione ci troviamo a versare quello che avevamo abbondantemente versato ma che è stato speso (come? dove? perché?).
      ora noi, se fossimo un paese di gente sveglia, ci ribelleremmo e non staremmo qui a pagare senza battere ciglio e in questo modo ci scollocheremmo, certo, da una politica che ci ha preso per i fondelli. scollocarci singolarmente come lo intende Perotti mi pare un modo di accollarci responsabilità non nostre (e non è nemmeno appplicabile alla vita di chiunque).
      queste sono le mie prime impressioni dopo aver ascoltato Perotti e dopo aver scoperto che inizialmente la sua idea era pensata per manager stanchi di lavorare troppo, mentre ora mi è parso di capire che l’idea sia stata riciclata come risposta alla crisi. potrei cambiare idea altre 200 volte, anche perché devo ancora leggere il libro :)

  • Anatolia scrive:

    Da qualche anno sto studiando, prima sul web e da qualche mese dal vivo, la realtà degli ecovillaggi. Si tratta di persone che intenzionalmente decidono di vivere insieme, oltre gli schemi del sistema che ci viene passato nella scuola-TV-stile lavorativo produttivo.
    Penso che sia una realtà interessante, almeno da conoscere da vicino.
    Indipendentemente se si scelga o meno di cambiare il proprio stile di vita, la lezione importante è: UN’ALTERNATIVA ESISTE.
    Quando poi di alternativa se ne scopre una, se si continua a camminare, se ne trovano altre.
    Soprattutto per me la lezione è stata quella di capire che per salvarsi, isogna farlo non da soli, ma INSIEME.

    • tascabile scrive:

      conosco bene gli ecovillaggi anche se ho capito che non fanno per me (mi piacerebbe, ma non è così). l’alternativa esiste sempre, anche per i miei giovani immaginari sicuramente esiste (se si sanno adattare o forse “accontentare”).
      quello che non mi sta bene è che si stia iniziando a dire alla gente che le risposte alla crisi sono queste, cioè che dato che c’è crisi la smettano di pretendere dallo Stato e facciano da soli, si arrangino, si organizzino, vivano con meno. i governi si devono prendere la responsabilità di quello che hanno combinato per decenni con i nostri soldi, questo non dobbiamo dimenticarlo.
      il downshifting, lo scollocamento, la decrescita devono essere una scelta, volontaria e felice, non l’unica risposta possibile (e quindi infelice e frustrante) perché il tuo paese non ti offre alternative. Perotti dice chiaramente di scendere dalla nave che sta affondando, scollocarsi finché si è in tempo. ma per scollocarsi da questo sistema basta mollare tutto e andare a vivere in campagna?

    • ste scrive:

      Sono mamma di due bimbi. Dopo avere letto libri di PERROTTA e simili, visitato blog di mamme che si vendono come donne che hanno scelto la famiglia, vivendo dei loro blog….ho concluso che: per fare ‘scollocamento’, downshifting, uscire
      dal mondo capitalistico, egoistico, stressante, moderno, servono i SOLDI.
      Un gruzzoletto insomma.Ma di questo tali persone non parlano..per cui mi dico: vendono sogni?
      A dire la verità mi sono sentita anche presa un po’ in giro…
      L’alternativa, e qui sono daccordo con molti di voi, è la solidarietà, l’aiuto reciproco, siano queste piccole comunità, ecovillaggi, o quant’altro, ma presuppone la vicinanza fisica e ma anche emotiva, l’amore e l’interesse reciproco.
      Ste

  • Irene scrive:

    Trovo detestabile la retorica di Perotti, mi dispiace. Ha un tono da motivatore statunitense che mi lascia allibita, e nel video che hai linkato ripete lo stesso unico concetto a rotazione, come se fosse un catechista.
    Non si può andare tutti in campagna:
    primo perché non dev’essere un nuovo obbligo morale farsi piacere il giardinaggio e l’ortocoltura;
    secondo perché non c’è abbastanza spazio perché ogni bilocale divenga una cascina (come tu stessa testimoni);
    terzo perché avremo sempre bisogno di luce, gas, fogne, anagrafe, sistemisti e operai, quindi vorrei capire se si sta prefigurando una nuova elite di fricchettoni “mantenuta” da una nuova casta di prolet che lavora 70 ore alla settimana per fastweb e per l’anas;
    quarto perché quest’invito a “scrostati dai coglioni, prendi in mano la tua vita” è formalmente identico a “sii imprenditore di te stesso”: un individualismo neoliberista per cui le persone devono contare su volontà, imprenditorialità, coraggio, iniziativa, e chi non ce l’ha fondamentalmente s’attacca al tram.
    Dove sono, in questa utopia di scollocamento, i deboli?
    Sono molto ontenta di capire, dai commenti, che non ti appiattisci su questa retorica, perché guardando il video che hai linkato mi sono chiesta cosa ti fosse successo!

    • tascabile scrive:

      dunque, ho letto ieri il libro e mi sono fatta un’idea più chiara sulla questione. prima o poi forse scriverò un post con la mia posizione definitiva in merito, che è comunque in linea con le risposte ai commenti e con il tuo commento.
      senti il mio applauso scrosciante per te? ho pensato le stesse cose che hai scritto tu qui mentre leggevo le 115 pagine del libro :)

  • riccarda scrive:

    Per caso sono atterrata su questo sito che ho trovato in sintonia con le mie idee e molto utile e interessante.
    Sono d’accordo con Anatolia da soli non si va da nessuna parte ci si salva insieme.
    Me ne sono andata da Milano 20 anni fa stufa di un inquinamento che mi faceva ammalare e di uno stress non più sopportabile ho preso 4 ettari di terreno coltivo e allevo.
    Anche se è stato tanto duro non me ne sono mai pentita e esorto a far lo stesso anche se solo per un fine settimana.
    Coltivare non costa anzi si porta a casa la verdura come sto facendo io con i soci: loro mi aiutano nell’orto e nel frutteto e io in cambio li ricompenso in natura.(frutta e verdura)
    La ricetta per uscire dalla crisi (secondo me ovvio)
    -coltivare il proprio cibo
    -essere solidali gli uni con gli altri
    -riciclare e scambiarsi le cose (barattare)
    Riccarda
    http://www.ortopertutti.com

  • barbara scrive:

    Io ho una mia teoria, frutto del mio vissuto lavorativo all’interno di aziende informatiche che mi hanno portata in giro per l’Italia in piccole, medie, grandi, grandissime imprese e nella pubblica amministrazione per 24 anni.
    Il problema dell’Italia (ma se vogliamo di buona fetta del mondo occidentale) sono l’intermediazione e i troppi manager all’interno delle aziende.
    L’intermediazione di fatto fa lievitare il prezzo di un prodotto/servizio a percentuali esponenziali man mano che passa di azienda in azienda.
    Se io comprassi un prodotto o un servizio direttamente alla fonte, lo pagherei sicuramente meno che prenderlo in un posto nel quale è arrivato dopo aver fatto centinaia di km e fatturato 4/5 volte.
    I troppi manager fanno sì che le aziende siano piene di costi fissi che devono poi necessariamente essere ripartiti su chi fisicamente svolge il lavoro: se io per far lavorare 10 dipendenti ho bisogno di un dirigente, una segretaria, un coordinatore e un account manager, quanto devo far pagare i servizi o i prodotti?

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