sostenibilità, risparmio, autoproduzione, esperimenti di decrescita :)

Che lavoro fai

Ieri ho partecipato a una discussione su Facebook che ha riacceso in me una serie di ragionamenti abbastanza deliranti relativi al lavoro. Si parlava di stipendi, diritti, etica, rispetto e da lì il mio cervello ha iniziato a macinare fino ad arrivare a questo post.

Siamo abituati a pensare da consumatori e sappiamo che se i nostri consumi si spostano da un prodotto a un altro influenziamo il mercato, quindi alcuni di noi cercano di acquistare prodotti etici, che rispettino i lavoratori, l’ambiente. Non è facile riuscire nell’intento, poiché da consumatori sappiamo solo ciò che l’azienda vuole dirci e non conosciamo davvero le condizioni dei lavoratori o i cicli produttivi, ma quando compriamo, ci sentiamo responsabili.  E quando lavoriamo?  Quando lavoriamo diventiamo vittime, il nostro potere è inversamente proporzionale al bisogno di portare a casa lo stipendio: più fame abbiamo, più siamo disposti a sacrificare la nostra dignità, chiudere un occhio sulle condizioni di lavoro, non farci domande su cosa stiamo producendo (direttamente o indirettamente). Non possiamo fare altrimenti, non abbiamo scelta: questo è ciò che ci ripetiamo.
Eppure, quando firmiamo un contratto-non contratto, siamo complici del nostro destino e se accettiamo di svolgere un lavoro che non rispetta noi o l’ambiente, siamo anche complici del mondo che stiamo costruendo.

Diversi anni fa, leggendo Pappagalli verdi di Gino Strada, sono rimasta particolarmente colpita da queste parole, riferite alle persone che lavorano per costruire mine antiuomo progettate per colpire i bambini:

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come ce l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti. Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti.

Immagino che nessuno di noi vorrebbe progettare o costruire mine anti-bambini, ma magari siamo impiegati in un’azienda che produce vernici tossiche e che inquina il mondo dove crescono anche i nostri figli, per fare un esempio. Non abbiamo scelta, quindi non abbiamo responsabilità. Cosa succederebbe se tutti noi decidessimo di non svolgere lavori che non rispettino l’uomo, gli animali, l’ambiente? Ci sarebbe qualcun altro pronto a prendere il nostro posto; un po’ come dire che è inutile scegliere di non mangiare carne, tanto ci sarà sempre qualcun altro a mangiarla.
So benissimo che il mio ragionamento è ai limiti della follia, soprattutto in un periodo in cui è già molto avere un lavoro ma non posso fare a meno di pensare che se non avessimo accettato di lavorare a progetto, se avessimo detto qualche no in più, se non dessimo il nostro contributo per far funzionare imprese che distruggono il mondo in cui viviamo, forse non saremmo nelle condizioni in cui siamo, o perlomeno non saremmo complici di queste condizioni.

Commenti

10 Responses to “Che lavoro fai”

  • L scrive:

    Non sai quanto mi tocca questo discorso, a me che per vivere vendo medicine…

    • tascabile scrive:

      se ti può consolare, nel mio elenco immaginario delle professioni sì e di quelle no, medici e farmacisti sono finiti nella colonna sì.
      se è vero che dietro ai farmaci c’è di tutto, è vero anche che i farmaci salvano vite, quindi voto sì. magari lavorerei un po’ sulla ricerca e su qualche altro aspetto, quello sicuramente.

      • L scrive:

        Quello che io sto cercando di fare è “compensare” in parte cercando di offrire, almeno alla clientela sensibile in tal senso, prodotti meno “invasivi”. Quello che faccio sempre, al di là dell’aspetto ambientale, è lavorare con l’idea di fare come prima cosa educazione al farmaco, che significa, che ci si creda o no, che vendere ad ogni costo non è il mio primo obiettivo. Per il resto, boh, un po’ di disordine mentale ce l’ho.
        In ogni caso la tua riflessione è molto interessante, l’esempio delle mine antiuomo è estremo, ma fa capire bene il concetto. E’ che stringi stringi il discorso è sempre lo stesso, più hai bisogno e più sei ricattabile, e più il tuo cervello tende a non vedere le contraddizioni…

  • Alberto scrive:

    Pensa agli operai dell’Ilva di Taranto che, disperati, non vogliono che la fabbrica chiuda pur sapendo che ci stanno lasciando le penne, e che la fabbrica sta avvelenando anche le loro famiglie…

  • yliharma scrive:

    sono proprio d’accordo, ci penso da un po’ ma quando ho esposto quest’idea non è stata presa benissimo…pare che tutti siano dell’opinione di “prendere quello che capita quando capita” senza porsi troppe domande. farsi sfruttare, sottopagare, maltrattare o addirittura lavorare per chi produce cose che non condividiamo minimamente sembra essere la norma accettata, ma io davvero non so se ci starei…
    certo mi ci dovrei trovare nella situazione di scegliere tra mangiare e lavorare a quelle condizioni….veramente difficile.
    sono curiosa sulla tua lista immaginaria delle professioni sì/no: ti va di condividerla?

  • Milkffree scrive:

    Quello che scrivi mi tocca molto, perchè anche io non potendo permettermi di farmi sfruttare e di lavorare a gratis, quindi ho accettato un lavoro fisso (grazie al cielo che c’è!) che però non c’entra nulla con quello per cui ho studiato!Mi ritengo comunque molto fortunata.
    Secondo me però, anche se puo’sembrare un discorso populista, è chi sta sopra di noi che ci deve tutelare e impedire che queste cose avvengano.
    Perchè altrimenti, per chi come me dice “no”, ce ne saranno sempre altri che, disperati, dicono “si”.

  • Lo scrive:

    io ti posso dire che hai ragione, io l’ho fatto…ho detto dei no…certo probabilmente parto da una posizione privilegiata perchè ho persone vicine che mi aiutano, perchè ho un lavoro che non mi lascia a piedi, perchè ho dietro delle buone basi…però accidenti anche perchè me lo sono costruita e ho osato…non voglio vantarmi, ma voglio dire che a volte è questione anche di un po’ di coraggio

  • Eleonora scrive:

    Mi metto in fila: il tuo pensiero è quello che mi frulla in testa da molto tempo ormai, causandomi frequenti crisi di coscienza :(

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