Potrebbe sembrare che io non faccia altro che cucinare e mangiare, ma se non si acquistano più cibi confezionati, è chiaro che in cucina si deve per forza trascorrere più tempo. Una volta mi bastava aprire una busta e versarla in padella; oggi invece preferisco sapere quello che mangio. In più, adoro spadellare, che sia in cucina o per i cosmetici fai da me, amo mischiare insieme gli ingredienti e vederli trasformarsi.
Questa torta poi è magnifica, soffice e colorata. Penso dia anche un buon apporto di proteine, date le uova e le mandorle.

250 gr di carote tagliate alla julienne
150 gr di zucchero
100 gr di farina
100 gr di mandorle sgusciate e tritate
4 uova
una bustina di lievito vanigliato
scorza di un limone
zucchero a velo per decorare

Per avere tutto a portata di mano quando serve, sarebbe meglio tagliare prima le carote alla julienne, preparare la scorza del limone, tritare le mandorle, dividere le uova e montare a neve gli albumi. In una ciotola si lavorano poi i tuorli con lo zucchero; si aggiungono farina, lievito, carote e mandorle e si mischia fino ad ottenere un composto omogeneo. Infine si aggiungono gli albumi montati a neve e si mescola ancora un po’. Si informa in una teglia imburrata e infarinata per 45 minuti a 180 °C e si spolvera con lo zucchero a velo una volta raffreddata. Si può consumare dopo 24 ore, se riuscite a resistere. La prossima volta potrei provare a sostituire le carote con la polpa della frutta e della verdura centrifugate.

Pur essendo fondamentalmente una campagnola, ignoro tutto quello che riguarda la campagna. Vivo in un posto dove pullulano aziende agricole e caseifici, ma non ho idea di come vengano prodotte la maggior parte delle cose che metto in tavola. Per questo, per molti anni in cui sono stata vegetariana ho mangiato con leggerezza ogni tipo di formaggio, senza indagare sulla produzione del caglio. Qualcuno mi aveva accennato che proveniva dallo stomaco degli animali d’allevamento ma mi aveva anche precisato (o forse l’ho immaginato io nella mia testa malata) che venisse prelevato sugli animali vivi. Qualcun altro mi aveva detto che il caglio animale è troppo costoso e che ormai si utilizza solo quello chimico, sintetico, non meglio definito.

Ho scoperto invece che le cose non stanno proprio così; pare che la maggior parte dei formaggi contengano caglio animale, poiché è l’unico permesso nella produzione dei formaggi DOP (Pecorino Sardo, Caciocavallo, Grana Padano, Parmigiano Reggiano, eccetera). Ho anche scoperto che il caglio animale viene estratto dallo stomaco di agnelli e vitelli macellati. Per questioni di coerenza, sono costretta a non mangiare più formaggi che contengano caglio animale. Per fortuna esistono anche quello microbico e quello vegetale, quest’ultimo estratto dal fico o dal carciofo.

Per facilitare la ricerca al supermercato, delle pazienti persone hanno stilato una lista completa di tutti i formaggi che non contengono caglio animale. Noterete che la scelta si riduce per lo più a mozzarella, ricotta, primo sale e formaggi spalmabili; io sono riuscita a trovare anche un simil-Grana Padano (marca Le Malghette, presso Famila e A&O).  Se si vuole qualcosa di più stagionato e saporito, su internet ho scovato qualche azienda che produce alcuni dei suoi formaggi con caglio vegetale, come il Caseifico Pinzani, le Fattorie Fiandino (linea Kinara) e  il Poggio di Camporbiano (quest’ultimo sembra un paradiso e l’ho subito segnalato al gruppo d’acquisto della mia zona).

Insomma, qualcosa si trova, anche se a fatica. Per il momento, la mia pasta brisé sembrerebbe salva.

Ho riflettuto sulla possibilità di eliminare dalla mia dieta cacao e caffè, dopo averne parlato a lungo con Kika, che ha deciso di farlo per avere meno impatto sull’ambiente. Ho cercato dati sulla produzione di queste due prelibatezze, ho esaminato vari aspetti in base alle mie conoscenze e alle informazioni trovate, ho fatto i conti con la mia voglia irrefrenabile di caffeina e dolci e sono giunta finalmente ad una conclusione.

Consumare cacao e caffè per noi ha un’impronta ecologica molto alta, è vero. Primo perché le piantagioni richiedono spazi, acqua, energia; secondo perché per arrivare nel nostro supermercato, fanno parecchia strada. Per calcolare l’impronta ecologica di un prodotto, va moltiplicata la quantità consumata per un coefficiente; non ho trovato dati certi per quanto riguarda il cacao, ma posso dire che quello del caffè è pari a 908, contro i 55 della frutta e i 685 dei legumi (ammesso che siano prodotti nazionali). Tre litri di caffè al mese (circa due tazzine al giorno) corrispondono a 2.727 metri quadrati, necessari a coltivarlo, lavorarlo, trasportarlo. Per consumare una quantità tale di terreno, bisognerebbe mangiare circa 4 kg di fagioli, o 12 kg di pasta al mese.

Escludendo carne e pesce, che hanno coefficienti pari a cinque volte quello del caffè, sembrerebbe subito lampante la soluzione: non consumiamo più caffè e cacao e acquistiamo solo prodotti locali e a chilometro zero. Ma c’è un ma, e questo ma si chiama giustizia sociale. Molti tra i produttori di cacao e caffè sono Paesi in via di sviluppo, per i quali spesso la coltivazione di questi prodotti rappresenta la principale fonte di reddito reale. Sempre parlando di caffè, nel Salvador, Etiopia, Honduras, Guatemala, Nicaragua e Uganda, la percentuale di reddito ottenuta attraverso l’esportazione di caffè varia tra il 10, 15 e 20%. Parlando di cacao, l’economia del Ghana è sostenuta dalla sua coltivazione ed esportazione che è il punto di forza dell’economia nazionale.

Senza voler fare l’economista, ci sono Paesi che vivono grazie a ciò che esportano. Molti territori africani, oltre al caffè, offrono petrolio, diamanti e poco altro. Come a dire che il caffè è il male minore, in questi casi. Questo per dire che, allo stato attuale delle cose, se il nostro consumo di caffè e cacao dovessero cadere a picco, diminuiremmo l’impronta ecologica ma creeremmo un danno economico notevole a popolazioni che già non se la passano bene o che si vedrebbero costrette ad aumentare la produzione di qualcosa di ben peggiore del caffè o del cacao. È ovvio che la situazione potrebbe cambiare e questi Paesi potrebbero un giorno uscire dall’attuale condizione, ma per farlo, dobbiamo aiutarli ad emergere. Magari attraverso le adozioni a distanza, o la beneficienza, ma anche e soprattutto comprando i loro prodotti, frutto del loro lavoro che gli garantisce almeno il salario di sussistenza. Lo sviluppo sostenibile non è isolamento e autarchia, ma è un’insieme di azioni che portano a uno stile di vita più giusto, anche in termini di giustizia sociale, non solo ambientale. Le nostre azioni hanno risvolti ambientali, sociali, economici e l’analisi costi/benefici andrebbe estesa a tutti e tre questi settori, scegliendo a volte “il male minore”. Forse una soluzione potrebbere essere quella di lavorare perché si rendano più efficienti e meno inquinanti i metodi di lavorazione e di trasporto. A mio parere, non si dovrebbe abusare di tali prodotti ma nemmeno eliminarli del tutto. Soprattutto, è importante che provengano dal commercio etico, perché siano garantiti un trattamento economico adeguato ai lavoratori e un impatto minore sulla lavorazione dei terreni.

Probabilmente in questa mia analisi ho detto solo castronerie, accecata dalla dipendenza di cioccolato e caffeina, ma per quello che mi riguarda converebbe rinunciare ad altro (ad esempio all’auto) piuttosto che a qualcosa che a conti fatti forse arrecherebbe più danni che benefici.

I dati sono stati presi da tabelle sull’impronta ecologica stilata dalla rete Lilliput e dall’Asssessorato all’Ambiente del Comune di Bitonto, dall’International Coffe Organization e da PeaceReporter. Prima di pubblicare questo post mi sono consultata con un’educatrice all’ambiente e alla sostenibilità, per essere sicura di non aver fatto un ragionamento completamente folle.

Laying-hens-pict-1Dopo aver letto il libro di Foer (preso ovviamente in biblioteca), non potevo non tornare ad essere vegetariana. Nel mondo migliore possibile, mi piacerebbe essere addirittura vegana ma ci sono dei motivi per i quali non riesco a togliere dalla mia dieta latte, latticini e uova.

Il primo è sicuramente egoistico: come posso vivere senza biscotti, frittate, cibi imburrati golosissimi? Non riesco a immaginare i miei esami del sangue senza il colesterolo borderline. Il secondo è legato alla salute. Queste proteine animali, sono veramente inutili nella nostra dieta? La benedetta vitamina B12 è qualcosa di cui si può fare davvero a meno come sostengono alcuni, o è indispensabile al nostro sistema nervoso come mi ha riferito il mio medico naturopata (e molti altri)?  E sarà proprio vero che l’unica fonte di vitamina B12 sono le proteine animali? Non sono un medico e non so abbastanza per eliminare definitivamente dalla mia dieta qualcosa che forse non andrebbe tolto. Però non posso nemmeno continuare a consumare uova di galline allevate a terra, quando ho il dubbio che “a terra” non significhi libere e felici, ma stipate in un capanonne in millemila, col becco tagliato e la luce accesa 24 ore su 24. Oppure bere latte di quelle mucche magre che mi capita di vedere in certi allevamenti, magari sottoposte a cicli infiniti di antibiotici per contrastare le continue mastiti. Allora che si fa?

Per il latte ammetto di non aver ancora trovato una soluzione, e al momento acquisto quello biologico al supermercato, dato che alla spina non lo trovo. Sono entrata a far parte del GAS della mia zona; loro mi assicurano che i formaggi che acquisterò da loro sono biologici e che la salute delle mucche interessa anche a loro. Mi posso fidare? Non lo so; non ho ancora fatto un ordine e vorrei prima controllare con i miei occhi, se davvero è come dicono.

Passiamo alle uova. Qualche settimana fa sono stata al Germoglio di Piacenza. Trattasi di Cooperativa sociale che lavora con e per i disabili. Hanno una rivendita di prodotti biologici (molti dei quali prodotti da loro, altri da aziende vicine), un vivaio, una fattoria didattica e, cosa che mi interessava più di tutte le altre, 500 galline ovaiole. Sono andata a vederle; sono delle belle galline in forma, con il becco integro. Vivono in uno spazio dove razzolano per bene, hanno a disposizione delle lettiere dove deporre le uova e possono uscire all’aperto. Fanno delle uova buonissime e genuine, che costano un po’ (2,30 euro per sei uova) ma ne vale la pena.

homeIeri sono stata in un sacco di posti. Iniziamo dal mercato dell’usato: ne ho visitati due diversi. Il primo, di mano in mano, è a Milano (mi trovavo lì per un baratto – servizio di piatti in cambio di stivali – e incuriosita dal post di Kika ci ho fatto un salto) e a Cambiago; il secondo, Mercatopoli, è a Piacenza (ma essendo un franchising si trova in molte altre città). In entrambi si trova di tutto: abbigliamento, libri, elettrodomestici, computer, arredamento, biciclette, soprammobili e chincaglierie varie. Di mano in mano è uno spazio relativamente piccolo, posto in una zona decisamente pessima, con prezzi davvero bassi e pare faccia un gran lavoro in ambito sociale.  Mercatopoli ha prezzi più alti e oggetti di qualità leggermente migliore, ma quello di Piacenza è gestito da persone parecchio scortesi e maleducate. Peccato. Non ho trovato quello che cercavo, ma ho acquistato tre libri usati per un totale di soli 8 euro. Non male.

41291_FOTO_PV_20_02_09_010_350_350Passiamo al vino. Dopo essere stata da Di mano in mano, ho fatto un salto al Bottegone, consigliato sempre da Kika, dove vendono vini sfusi. Ho portato un paio di bottiglie da casa e le ho riempite con un Refosco e un Pinot grigio. Bel negozietto e personale gentile e competente, però i vini che ho acquistato non sono un granchè. Inoltre speravo non contenessero solfiti e purtroppo non è così (il commesso ha detto che ne contengono pochi e per questo il vino si conserva a casa per massimo una settimana). In ogni caso è troppo fuori mano per me e i vini non sono tutti a chilometro zero (certo, ci potevo arrivare, che a Milano non cresce l’uva!).  Meglio le cantine della mia zona, che vendono vino dei colli Piacentini. L’unico problema è che non lo vendono sfuso se non in damigiane da 10 litri e mi sembra una quantità eccessiva. Per il momento lo acquisto ancora in bottiglia, ma continuerò a cercare per evitare tutto quello spreco di vetro.

corniolaUltima tappa della giornata: la libreria esoterica Triskele, a Piacenza.  Appena entrati si viene accolti da un forte profumo di incenso e dalla gentilezza della ragazza che lo gestisce (in realtà è gestito da una coppia, ma ieri ho conosciuto solo lei). Cosa vendono? Soprattutto libri, ovvio. Ma non solo. Hanno mazzi di tarocchi stupendi,  erbe per i rituali, rune, cristalli. Inoltre organizzano un sacco di eventi, e prima o poi spero di riuscire a partecipare ad almeno uno dei tanti. Sono rimasta colpita in particolar modo dalle pietre, che non avevano mai suscitato interesse in me prima di ieri. Ho scoperto che le pietre assorbono le negatività e hanno delle proprietà. Una volta al mese vanno messe nel sale a “scaricare” tutto quello che hanno assorbito. Sarà vero? Perché no? Nel dubbio  ne ho scelte tre per me: un’agata da tenere sul comodino, una corniola che tengo al collo e una radice di rubino incastonata in un anello bellissimo. Cosa c’entrano le pietre con la svolta ecologista che ha avuto la mia vita? Forse nulla, o forse il mio percorso comprende tante cose.