Deodorante per la casa fai da te

Se vuoi preparare un deodorante per la casa ecologico in pochi minuti e in modo semplice, ecco come si fa.

Questo deodorante per la casa è molto utile per profumare efficacemente ambienti piccoli come bagni e corridoi.

Deodorante per la casa, ricetta e procedimento

Occorrente
> 100 mL di acqua
> 100 gocce di oli essenziali
> 400 gocce di solubol

versione ancora più semplice
> 100 mL di alcool alimentare
> 100 gocce di olio essenziale

Oltre agli ingredienti ti serviranno anche una bottiglia di vetro e qualche bastoncino di legno.

Procedimento
Preparare il deodorante per la casa è davvero facile: basta aggiungere gli oli essenziali all’alcol (o al solubol) e poi all’acqua versando il tutto in una piccola bottiglia di vetro.
Puoi riciclare il contenitore e i bastoncini in legno di un deodorante che hai terminato, oppure usare un barattolo in vetro e cinque o sei bastoncini per gli spiedini.

Gli oli essenziali per profumare la casa
Per preparare il deodorante si possono usare da uno a tre oli essenziali; io ho usato 25 gocce di olio essenziale di limone, 25 di arancio dolce e 50 di pompelmo.
Puoi provare anche arancio e cannella, geranio e lavanda, salvia, rosmarino e eucalipto: sbizzarrisciti.

Come si vede in foto, gli oli essenziali tendono a risalire in parte in superficie, anche se ho utilizzato il solubol che dovrebbe appunto fungere da solubilizzante; la buona notizia è che comunque il deodorante funziona e il profumo si sente molto (lo tengo in bagno, dove ho anche la lettiera dei gatti).

 

All’epoca delle medie, decisi di non guardate la televisione perché mi ero messa in testa che la TV manipolasse il mio pensiero; resistetti davvero poco – forse un paio di settimane – perché in brevissimo tempo mi resi conto che a scuola non si parlava d’altro che del programma della sera precedente e mi sentivo tagliata fuori da qualsiasi discussione (cosa tristissima, ma tant’è).
Ricominciai a guardare la televisione ma non sviluppai mai una vera e propria passione per quello scatolotto urlante, anzi, avrei preferito vederla sempre spenta.

Alle superiori ho avuto una professoressa che guidava la Diane e si vantava di non avere la TV: io, “da grande”, volevo essere come lei. Il mio sogno – Diane a parte – si realizzò qualche anno fa e oggi vivo serena nella mia ignoranza, non conosco i palinsesti e se non fosse per Facebook non avrei la minima idea di cosa passi la televisione. Purtroppo ogni tanto vengo a sapere che i reality esistono ancora e mi stupisco che nel 2012 ci sia ancora qualcuno disposto a seguirli.

Della TV ricordo pochissimi momenti vagamente interessanti e ore infinite di spazzatura vera e propria, a cominciare dai programmi di Maria De Filippi che ai miei tempi conduceva “Saranno Famosi” e iniziava a trasformarsi da psicologa in tailleur ad adolescente in preda agli ormoni. Ricordo liti interminabili tra il pubblico dei suoi mille show; una volta perché Denis cantava meglio di Sharon e doveva vincere lui, un’altra volta perché Paola ha la cellulite e il tronista di turno avrebbe dovuto scegliere Marta, poi perché Stephanie odiava Brooke (ah no, quello era Beautiful). Io rimanevo basita e mi domandavo costantemente: ma a chi interessano queste cose? Io – che ho fiducia nel genere umano – nel tempo mi sono risposta: a nessuno.

Il giorno in cui ho deciso di spegnere per sempre la TV è stata colpa di Del Debbio, personaggio che in quel periodo teneva una rubrica al termine del TG5. In piena campagna elettorale mandò un inviato ad intervistare la gente su temi come l’immigrazione e le tasse e, guarda caso, gli interpellati appoggiavano in toto il programma di centro destra, che stranamente vinse le elezioni. Mi tornò in mente il pensierino delle medie, quel concetto secondo il quale la televisione avesse il potere di manipolare il pensiero della gente, perché se lo dice la TV è vero. È così, credetemi, qualsiasi cosa passi in televisione diventa automaticamente reale. Se annunciano neve e bufera noi montiamo le catene prima ancora che scenda un fiocco; se ripetono in continuazione che le baby gang stanno rapinando chiunque, iniziamo a guardare con sospetto qualsiasi gruppo di adolescenti sputacchianti; se al TG ci martellano con notizie sul terrorismo, ogni essere umano con dei tratti diversi dai nostri e con uno zaino potrebbe farsi esplodere da un momento all’altro, specie se lo si incontra su un treno. Questo è il potere della televisione: spacciare per reale qualunque cosa e anche se non l’abbiamo vista con i nostri occhi, quella cosa dev’essere per forza vera, perché l’hanno detto in TV.

Se qualcuno ha la pazienza di passare un pomeriggio incollato allo schermo, in quattro ore si convince che l’Italia è un popolo di dementi e se in lui balena una debole speranza che un giorno anche il nostro Paese possa svegliarsi dal torpore, si rassegna all’evidente realtà. D’altra parte, come dargli torto di fronte a gente che si scanna su chi canti meno peggio tra due persone che non sanno cantare?
Io, senza TV, ho recuperato la fiducia negli italiani e fuori da quegli schermi che ci vogliono far credere che siamo un popolo di bifolchi vedo persone migliori: gente che si batte per la cultura, per l’ambiente, per le minoranze, per i diritti, per gli animali, per la pace. Gente che lavora con la testa e con le mani e che in un modo o nell’altro combatte per un ideale. Non siamo un Paese di rincoglioniti totali a cui importa davvero che Tizio resti sull’Isola o meno; rincoglioniti ci diventiamo, per rassegnazione e per indottrinamento.

Io ho già spento la TV da anni e mi piacerebbe che lo facessero in molti; in fondo non è altro che un elettrodomestico. Restereste davanti ad un frullatore acceso per una serata intera? Leggete un libro, uscite, perdete tempo su Internet, guardate un film, fate l’amore, fate la maglia, fate quello vi pare, ma smettetela di farvi prendere per i fondelli, vi prego.

PS: foto presa in rete, ma come mi accade spesso, non sono riuscita a trovare la fonte.

Durante mese “senza prodotti chimici” me la sono cavata bene e posso dire che questa è stata una delle eco-fatiche meno faticose. Nell’ambito cosmetico ormai so fare da me dentifricio,  deodorante, detergente intimo, creme e unguenti per viso e corpo,  burrocacao e altre cosine indispensabili (sto perfezionando la ricetta della crema-gel per il viso perché ho una pellaccia e a breve mi lancerò anche nel mondo degli shampoo e bagnoschiuma fai da me).

Adotto quasi esclusivamente rimedi naturali, a cominciare dalle tisane; sono addirittura riuscita a sconfiggere una cervicale terribile con pastiglie a base di artiglio del diavolo e massaggi con olii essenziali in olio di mandorle dolci. Non ho nemmeno avuto bisogno degli impacchi d’argilla che avevo in progetto di fare.

Per quanto riguarda le pulizie, ormai sapete che aceto, bicarbonato e acido citrico sostituiscono quasi completamente tutti i detersivi e detergenti che utilizziamo per pulire pavimenti, vetri, sanitari. Ci sono solo due cose che non riesco a sostituire in nessun modo: il detersivo dei piatti e quello per la lavatrice.

Tempo fa ho provato questa ricetta per le stoviglie:
400 ml d’acqua
200 gr di sale
100 ml di aceto bianco
3 limoni

Si tagliano i limoni grossolanamente e una volta tolti i semi si frullano insieme ad un po’ d’acqua e al sale. Si versa la poltiglia in una pentola col resto degli ingredienti e si fa bollire per dieci minuti. Quando si addensa si travasa in barattoli di vetro. Pare funzioni benissimo in lavastoviglie* ma non posso né confermare né smentire perché lavo i piatti a mano; quello che posso dire è che questa ricetta (l’originale si trova sul libro Pulire al naturale ed è stata poi riportata su vari siti e Forum) a mano non dà molta soddisfazione. Diciamo pure che non funziona o che funziona utilizzandone una quantità industriale. Un’altra soluzione è quella di far “cuocere” in un litro d’acqua, 125 grammi di sapone ecologico (ad esempio il sapone di Marsiglia in scaglie) da travasare in contenitori quando i sapone si è completamente sciolto e da profumare con olii essenziali a scelta una volta freddo. Vista la delusione avuta con la prima ricetta, questa non l’ho mai nemmeno provata e al momento continuo ad utilizzare un detersivo ecologico che compro da Naturasì: voi come avete risolto?

Passiamo alla questione bucato. Le noci lavanti acquistate mesi fa sono ancora quasi tutte lì perché non lavano davvero nulla. A volte le utilizzo perché prima o poi vorrei liberarmi del sacchetto che occupa solo spazio nel mobile, ma vi assicuro che sono inutili. Per un periodo ho lavato i vestiti solo con l’acqua, scoraggiata dal fatto di non trovare una soluzione valida ed ecologica. Poi pochi giorni fa ho trovato per puro caso la lisciva (1,99 un chilo) e l’ho comprata. Non l’avevo mai presa perché avevo letto sul sito dei detersivi Bioallegri che rovina la lavatrice ma in quel momento, mentre io guardavo la confezione e la confezione guardava me, la mia propensione agli acquisti futili ha prevalso e me la sono portata a casa salvo poi scoprire su Promiseland che questa benedetta lisciva ha più contro che pro (ingrigisce e rovina i tessuti, li rende troppo basici e inadatti alla pelle, potrebbe rovinare le tubature). Diciamo che esaurita questa scatola, non correrò a comprarne un’altra e passerò ad un detersivo ecologico come per i piatti.

Quindi ditemi voi: avete soluzioni ecologiche diverse ed efficaci per i piatti e il bucato?

* ho letto, sempre sul Forum di Promiseland, che l’aceto può rovinare lavatrici e lavastoviglie. Io ho sempre usato l’aceto bianco allegramente al posto dell’ammorbidente; ora, nel dubbio, lo sostituirò con l’acido citrico sciolto in acqua che pare non dia nessun tipo di problema.

 

Torno a parlare delle cose, come promesso. Circa tre settimane fa, hanno rubato la bicicletta a Matteo, il mio compagno. L’hanno rubata nel cortile di casa, legata, sappiamo anche chi è stato ma non lo abbiamo visto, quindi non possiamo denunciarlo. La bici è quella della foto e Matteo l’aveva comprata sei mesi fa.

Ci teneva, alla sua bicicletta. La usava ogni giorno, la puliva, la adorava. Quando l’hanno rubata, non so se si è incazzato di più lui o io. Io non l’ho ancora smaltita, la rabbia. Mi capita spesso di ripensarci, ricordo vari particolari del manubrio, del portapacchi, penso a quanto fosse bella, a com’era contento Matteo quando è tornato a casa con la sua bicicletta nuova fiammante, comprata dopo mesi di valutazioni e ripensamenti. Penso alla sera in cui ce l’hanno rubata da sotto il naso; se solo mi fossi affacciata alla finestra, se solo avessero fermato la persona che ce l’ha rubata, possibile che non gli sia sembrato sospetto un tipo del genere con una bicicletta praticamente nuova?

Non credo che sia dovuto alla bicicletta in sè, in fondo era solo una bicicletta, per giunta nemmeno mia. Qualche sera fa raccontavo l’accaduto ad una persona che mi ha risposto “Be’, è che non bisogna tenere così tanto alle cose”. Già. A me spiace proprio perché so quanto ci teneva Matteo. Tenere alle cose non ha senso, le cose vanno e vengono, si rompono, si perdono. Eppure rivestiamo gli oggetti di un’importanza assurda; alcuni perché ci piacciono in modo particolare, altri perché ci ricordano persone o eventi importanti, altri ancora perché racchiudono qualcosa di noi, un pezzo della nostra storia.

Io sono piena di oggetti di cui non riesco a liberarmi; cose che non mi servono, che occupano spazio in casa, che spesso non so nemmeno dove siano di preciso, ma quando me le ritrovo in mano mi rimandano a qualcosa o a qualcuno o a un periodo significativo della mia vita. Potrei scambiarle, venderle, o semplicemente buttarle, ma non ci riesco.

Ma è tanto grave affezionarsi agli oggetti? Ci si affeziona anche alle persone, e anche le persone vanno e vengono, si rompono, si perdono. Eppure nessuno trova strano amare qualcuno; amare qualcosa lo è? Forse voler possedere qualcosa lo è, come con le persone. Una delle prime frasi di Matteo dopo il furto  è stata “spero che non la ridipingano, era così bella”. Insomma, non sei più mia, ma mi basta che tu stia bene. Forse questo è un modo sano di amare le cose, che devono fare la loro strada, che non saranno sempre nostre, che non ha senso tenerle chiuse in un cassetto solo per il gusto di averle. Per questo ho deciso che settembre sarà il mese del decluttering, un mese senza superfluo, un mese per liberarmi di tutto quello che non uso e che è abbandonato negli angoli della mia casa.

Resta inteso che rimarrò incazzata ancora a lungo per la bicicletta, anzi, se la vedete in giro per Milano avvisatemi :).

Il mese lontano dalla grande distribuzione è quasi giunto al termine. Agosto è un mese morto, stare alla larga dai supermercati in questo periodo non è stato facile: trovare un negozio aperto tra le decine di serrande abbassate si è rivelata spesso un’impresa. Le mille promozioni hanno ammiccato dalla cassetta della posta per tutto il mese e la tentazione di cedere al “comodo, vicino, subito” è stata forte. In più c’è stato anche il gran caldo a farmi desiderare qualche ora al fresco dell’aria condizionata. Alla fine però abbiamo resistito all’afa e alle offerte e non siamo morti di stenti, anche perché il mio orto preferito non ha chiuso nemmeno per un giorno.

Lontano dai supermercati non significa però lontano dagli acquisti. Mi sono accorta che il mio “bisogno di comprare” è forte, più di quanto credessi. Me ne sono resa conto perché sfogliando i volantini dei posti che non potevo frequentare, ho avuto voglia di precipitarmi ad acquistare qualcosa che non mi serviva, così, per il gusto di farlo. Quando è arrivato il nuovo catalogo IKEA, ho sentito il desiderio di andarci, all’IKEA, sebbene non ci fosse nulla di cui avevo bisogno e nonostante la mia casa sia già troppo piena di qualunque cosa. Questo mese sono stata a ben due mercatini dell’antiquariato: se non posso andare in un centro commerciale, potrò almeno comprare qualcosa di usato, mi sono detta. Non ho acquistato niente, ma mi sarebbe piaciuto portare a casa una radio d’epoca funzionante, un lampadario con le gocce restaurato, un’alzatina in porcellana degli anni cinquanta in ottimo stato. Inutile dire che non ho posto per questi oggetti e nemmeno la necessità di averli.

Comprare cose, avere cose, accumulare cose, ha un fascino particolare. Il fascino del potere, della ricchezza, del possesso. Senza dimenticare le proprietà consolatorie dello shopping, tutte da dimostrare. È di questo che dovrei liberarmi, più che dei supermercati; dovrei levarmi l’abitudine all’acquisto, la convinzione che siamo quello che abbiamo. Detto da me suona strano, perché non ho mai creduto di essere schiava degli status symbol, dell’avere, del comprare. Invece mi sono accorta di esserlo, mi sono resa conto che i miei bisogni sono infiniti, che comprerei tutto se solo potessi e che una volta ottenuto l’ennesimo oggetto dei miei desideri, potrei anche dimenticarlo in un angolo, ma difficilmente riuscirò a liberarmene. Ma di questo, forse, parlerò in un altro post.

PS: la foto è di Matteo.

 

In genere, da che ho memoria, dopo ferragosto arriva un temporale e l’estate è ufficialmente finita. Quest’anno il tempo ci ha fregati e, proprio quando pensavamo di averla scampata, è esploso il caldo torrido e afoso: pelle appiccicaticcia, giornate interminabili e notti insonni. Come riuscite a sopravvivere voi? Io, che non ho l’aria condizionata né a casa né al lavoro (nemmeno in auto, a dirla tutta, perché si è improvvisamente rotta), e che non posso nemmeno rintanarmi nella corsia del banco frigo di un supermercato, mi sto ingegnando come posso.

Primo: me ne sto chiusa in casa al buio, con le persiane avvicinate e il ventilatore a soffitto sempre acceso. Consumerà elettricità ma sempre meno rispetto al condizionatore. Secondo: fortunatamente ho riacceso il frigorifero, quindi posso bere acqua freddissima a litri (il massimo della mia attività fisica in questi giorni consiste nel raggiungere il bagno ogni dieci minuti, vista la quantità d’acqua che sto consumando). Terzo: quando non ce la faccio proprio più, mi butto sotto la doccia; dopo, preparo un olio alla menta rinfrescante da massaggiare sul corpo (olio di mandorle dolci o di mais con qualche goccia di olio essenziale alla menta, vi assicuro che funziona). Anche solo una goccia di olio essenziale strofinata sui polsi e sulle tempie, aiuta quando non c’è altro rimedio. Quarto: di notte dormo con la borsa del ghiaccio sui piedi; so che è ridicolo, ma non riesco a prendere sonno senza. Altra cosa ridicola ma abbastanza refrigerante: mettere i piedi a bagno in un catino colmo d’acqua fredda (l’acqua poi si può riciclare per bagnare le piante).

C’è da dire che con questo caldo atroce si suda parecchio anche stando fermi; se pensate che nelle SPA la stufa raggiunge i 35°C e serve a liberare il corpo dalle tossine in eccesso attraverso la sudorazione, in pratica stiamo facendo un lunghissimo trattamento da centro benessere senza muoverci da casa. Quindi accendete una candela, bruciate una miscela di olii essenziali, preparate una tisana alla frutta, mettete della musica rilassante in sottofondo e godetevi questa terapia disintossicante gratuita.

 

Eliminare i fazzoletti e i tovaglioli di carta sostituendoli con quelli di stoffa è una passeggiata. Certo, poi capita di ritrovarsi a doverla fare in un bagno pubblico dove manca la carta igienica e maledire l’ambientalista che c’è in te, però si sopravvive. La carta igienica è usa e getta? Non è vero, mi rifiuto di crederlo. Non ho nessuna intenzione di eliminare la carta igienica, ho già fatto fin troppo riducendo il consumo di Scottex. Riducendo, non eliminando, perché quando posso resisto alla tentazione e opto per la microfibra, ma ci sono situazioni in cui la carta assorbente è la mia salvezza. Comunque compro carta igienica e carta assorbente riciclata, ruvida e non sbiancata per espiare le mie colpe e in cucina ho bandito pellicola e alluminio; per conservare i cibi avanzati uso contenitori e sacchetti richiudibili, lavabili e riutilizzabili.

C’è da dire che in bagno, oltre alla carta igienica, non è rimasto niente. Mi trucco poco e quando lo faccio non mi strucco con salviettine o dischetti in cotone; uso una spugnetta morbida. Ho una scatola di cotton fioc da anni, che non sto usando in questo mese e non ne sento la mancanza. Poi ci sono la Meluna, i salvaslip e gli assorbenti lavabili, di cui però mi piacerebbe parlare (forse) in un altro post. Ora però ditemi come togliere lo smalto dalle unghie senza usare il cotone, grazie.

Il problema principale nella lotta all’usa e getta in casa sono gli animali. Laika per fortuna non necessita più dell’utilizzo massiccio delle traversine perché finalmente ha imparato a fare i suoi bisogni sempre fuori. Tali bisogni vanno però raccolti e per farlo ci vuole l’apposito sacchettino, non riutilizzabile per ovvie ragioni. Compro quelli in mater-bi, ma sono sempre usa e getta. Idem per la sabbietta dei gatti; per quanto ecologica sia, di certo non posso far altro che buttarla dopo l’utilizzo.

Fuori casa – a parte l’annosa questione del fazzoletto di carta nel bagno pubblico – le cose vanno ancora meglio: oltre alla sporta e alle retine per frutta e verdura, ho la mia fida borraccia d’alluminio, il mio bel bicchiere di plastica (che uso anche al lavoro, dove ho portato pure la tazzina di ceramica per il caffé) e addirittura il bicchierone per la birra media quando si beve fuori. Se si pranza fuori, bisogna ricordarsi anche le posate e il tovagliolo; il piatto no, non sono ancora arrivata a tanto. Evito i take away perché in genere insieme al pranzo mi rifilano milioni di vassoi di cartone, sacchetti di carta, confezioni di plastica con dentro posate e tovagliolo, così come con la pizza sarei costretta a portarmi a casa il cartone. Il mio pizzaiolo, a proposito, mi ha raccontato che tempo fa il cartone per la pizza si pagava; questo incentivava i clienti trattarlo con cura e a riportarlo la volta successiva, per riutilizzarlo. Funzionava così anche per le bottiglie e le lattine che si compravano al supermercato con vuoto a rendere. In Croazia è ancora così: torni con lo scontrino, restituisci le bottiglie e ti fanno uno sconto sulle nuove bibite che acquisti. Chissà cos’è che ha fatto pensare al genere umano di aver bisogno di buttare tutto quello che consuma, per potersi dire evoluto.