Deodorante per la casa fai da te

Se vuoi preparare un deodorante per la casa ecologico in pochi minuti e in modo semplice, ecco come si fa.

Questo deodorante per la casa è molto utile per profumare efficacemente ambienti piccoli come bagni e corridoi.

Deodorante per la casa, ricetta e procedimento

Occorrente
> 100 mL di acqua
> 100 gocce di oli essenziali
> 400 gocce di solubol

versione ancora più semplice
> 100 mL di alcool alimentare
> 100 gocce di olio essenziale

Oltre agli ingredienti ti serviranno anche una bottiglia di vetro e qualche bastoncino di legno.

Procedimento
Preparare il deodorante per la casa è davvero facile: basta aggiungere gli oli essenziali all’alcol (o al solubol) e poi all’acqua versando il tutto in una piccola bottiglia di vetro.
Puoi riciclare il contenitore e i bastoncini in legno di un deodorante che hai terminato, oppure usare un barattolo in vetro e cinque o sei bastoncini per gli spiedini.

Gli oli essenziali per profumare la casa
Per preparare il deodorante si possono usare da uno a tre oli essenziali; io ho usato 25 gocce di olio essenziale di limone, 25 di arancio dolce e 50 di pompelmo.
Puoi provare anche arancio e cannella, geranio e lavanda, salvia, rosmarino e eucalipto: sbizzarrisciti.

Come si vede in foto, gli oli essenziali tendono a risalire in parte in superficie, anche se ho utilizzato il solubol che dovrebbe appunto fungere da solubilizzante; la buona notizia è che comunque il deodorante funziona e il profumo si sente molto (lo tengo in bagno, dove ho anche la lettiera dei gatti).

 

Vi ricordate della mia eco-fatica “senza rifiuti”? Durante il mese di novembre ho accumulato davvero di tutto, con la promessa di riutilizzare in modo creativo ciò che avevo salvato dalla spazzatura. La decisione di chiudere Effecinque ha poi ucciso la mia vena creativa già moribonda di suo, ma durante questi giorni di vacanza mi sono messa di impegno ed ecco qua i risultati.

Ho creato varie versioni di sali da bagno da regalare a Natale, riutilizzando i vasetti in vetro di sugo e marmellate, che ho poi decorato con avanzi di stoffa (dal corso di taglio e cucito che ho frequentato mesi fa), fette d’arancia essiccate sul calorifero (ogni volta che spremo un’arancia ne tengo da parte una fetta sottile) e nastrini di rafia che avevo in casa per non so quale motivo, forse per l’orto sul balcone. Se non si hanno più i coperchi, i vasi in vetro possono essere riempiti con gli avanzi delle candele sciolti a bagnomaria inserendo un cordino di cotone.

I barattoli di cartone che contenevano all’origine brodo bio e orzo, hanno subito un simil-decoupage: ho preparato una soluzione densa di colla vinilica e acqua e spennellato i barattoli; dopodiché ho incollato brutalmente ritagli di fumetti e parole crociate e ripassato con la soluzione collosa tutta la superficie. Veloce e facilissimo anche per le incapaci come me!

Infine ho preso di mira tutti i barattoli di alluminio della frutta secca. Per questi il lavoro è stato un po’ più complicato. Prima li ho colorati – alcuni a pennello con smalto all’acqua, altri con la bomboletta spray per nulla ecologica, devo ammetterlo – poi ho incollato fiori di feltro e bottoni cuciti uno sull’altro. A breve proverò a decorarne altri con scampoli di stoffa.

Ovviamente perché questi lavoretti siano il più possibile ad impatto e costo zero sarebbe meglio recuperare tutto il recuperabile, ad esempio:
– stoffe avanzate da qualche creazione di cucito creativo, ma anche recuperate da vecchie lenzuola o abiti non più indossabili da nessuno;
– bottoni recuperati da vecchi vestiti o che vi trovate in casa perché chissà da quale camicetta sono saltati via;
– colle e colori avanzati da altri lavori, rimasti sul fondo del barattolo o nella bomboletta dopo aver ridipinto la cancellata o la bicicletta;
– ritagli di giornale o, come nel mio caso, di fumetti in pessimo stato (quindi non regalabili o barattabili) e parole crociate iniziate e mai finite (io ad esempio faccio solo gli autodefiniti e salto tutti gli altri schemi);
– decorazioni comprate in momenti di acquisti compulsivi e dimenticate in un cassetto (è il caso dei miei fiori in feltro).

Con i miei lavoretti ho salvato un bel po’ di materiale dalla discarica e ho creato dei contenitori finalmente utili per nascondere dalla vista piccoli oggetti che in genere restano sparpagliati ovunque.

In questi giorni sono veramente troppo impegnata, tra le mie autoproduzioni e la chiusura dell’attività (ebbene sì, chiudiamo la nostra amata Effecinque; ironico come proprio nel mese in cui mi sto impegnando a non buttare via nulla, stia buttando nell’immondizia i miei sogni), però non mi sono dimenticata della mia eco-fatica e anche se non ho più pubblicato nulla, ho pesato la mia spazzatura indifferenziata in queste due settimane. Risultato: mezzo chilo scarso a settimana, lettiera dei gatti inclusa (di segatura). Posso dirmi soddisfatta, dato che fino a pochi mesi fa i miei rifiuti pesavano più o meno il doppio.

Non so di preciso come ho fatto a dimezzare la mia raccolta indifferenziata in otto mesi; credo dipenda da una serie di abitudini che si sono consolidate in questo tempo, prima tra tutte l’eliminazione – o comunque grande riduzione – dell’usa e getta. Inoltre produco da me cosmetici, saponi, liquori, marmellate e altro, quindi molti imballaggi non entrano nemmeno in casa mia e quei pochi che disgraziatamente ci arrivano finiscono riciclati per contenere le varie produzioni o per fare da stampo ai saponi. Spesso salvo innocenti barattoli dalle spazzature altrui, perché comprando pochissime cose confezionate, mi trovo in difficoltà. Mi piacerebbe poter dare altre idee a chi passa di qui, come ha fatto Claudia che ha riciclato le capsule del caffè, facendole diventare delle belle campanelline per l’albero di Natale, ma al momento non ho abbastanza tempo e spazio tra i miei pensieri per dare sfogo alla mia latente creatività.

Spero che la mia eco-fatica non venga vanificata dalla chiusura di Effecinque: abbiamo nella struttura praticamente mezza Ikea e dobbiamo liberare il posto entro fine anno, ce la faremo a vendere tutto? Lo spero vivamente, altrimenti oltre alla tristezza di vedere i nostri sogni infranti, si aggiungerebbe anche il senso di colpa nel dover portare tutto in discarica (no, non ho un box o una cantina e no, non posso affittarne uno). Incrociate le dita per questo decluttering non proprio felice.

PS: la foto è di Matteo.

Ho trascorso qualche giorno a domandarmi da dove comincio? Da dove conviene iniziare per eliminare il superfluo? Come mi organizzo? Meglio fare un elenco di tutte le cose di cui voglio sbarazzarmi o passare al setaccio stanza per stanza? Alla fine, ho optato per quest’ultima soluzione e l’impresa di decluttering è iniziata dalla camera da letto e, più precisamente, dall’armadio. Lo saprete bene, noi donne abbiamo armadi strapieni, pronte ad abbigliarci in un modo o in un altro a seconda delle occasioni e, puntualmente, non abbiamo mai nulla da mettere. Nel mio caso poi, indosso sempre i soliti vestiti, quelli con cui mi trovo più comoda; tutti gli altri occupano solo spazio e non hanno mai (o quasi mai) visto la luce. Io però li ho sempre tenuti, quei poveri abiti inutilizzati perché non si sa mai; anche quelli che non mi stanno, perché se ingrasso? se dimagrisco? Bisogna essere pronte a tutto. In realtà poi, sappiamo come va a finire e cioè che all’occorrenza compriamo roba nuova, non riesumiamo di certo quegli abiti che sono rimasti in naftalina per anni. Sarebbe un po’ come telefonare ad un corteggiatore storico quando si ha voglia di innamorarsi: non ce n’è, se non è andato bene fino a quel momento, non andrà bene mai.

Armata di forza e coraggio, ho rovesciato sul letto tutto quello che era contenuto nel guardaroba e ho diviso tutto in: da tenere, da barattare, da dare alla Caritas e – ecco la categoria peggiore  – in forse. In una giornata la Caritas si è aggiudicata ben quattro sacchi – colmi e pesantissimi – di vestiti estivi e invernali, borse, cinture e accessori vari mentre per il baratto ho fotografato e sistemato tutto in una valigia; ora devo trovare il tempo di pubblicare gli annunci su Zerorelativo (ma cosa chiedo in cambio? Non voglio accumulare altre cose, sennò che decluttering è?). Resta la categoria in forse, che consiste in quei capi semi inutilizzati a cui voglio dare un’ultima possibilità; li tengo ancora qualche mese, poi deciderò cosa farne.

Il risultato lo vedete nella fotina, dove ci sono il prima e il dopo dell’impresa. Ora però resta un problema: devo continuare il decluttering in camera da letto e i miei prossimi obiettivi sarebbero dovuti essere stepper e cyclette, strumenti del demonio che non ho praticamente mai usato e che utilizzo – indovinate un po’ – come attaccapanni. Il fatto è che la cernita dei vestiti ha significato provare questo e quello, per decidere cosa andava tenuto e cosa no. Ebbene, questo si è tradotto in una prova scientifica del mio aumento di peso, quindi forse sarebbe meglio iniziare a fare un po’ di sana attività fisica, per fare un decluttering anche sull’accumulo di chili superflui. Che faccio, passo ad un’altra stanza?

PS: lieta di aver ispirato l’istituzione del mese del decluttering :)

Eliminare i fazzoletti e i tovaglioli di carta sostituendoli con quelli di stoffa è una passeggiata. Certo, poi capita di ritrovarsi a doverla fare in un bagno pubblico dove manca la carta igienica e maledire l’ambientalista che c’è in te, però si sopravvive. La carta igienica è usa e getta? Non è vero, mi rifiuto di crederlo. Non ho nessuna intenzione di eliminare la carta igienica, ho già fatto fin troppo riducendo il consumo di Scottex. Riducendo, non eliminando, perché quando posso resisto alla tentazione e opto per la microfibra, ma ci sono situazioni in cui la carta assorbente è la mia salvezza. Comunque compro carta igienica e carta assorbente riciclata, ruvida e non sbiancata per espiare le mie colpe e in cucina ho bandito pellicola e alluminio; per conservare i cibi avanzati uso contenitori e sacchetti richiudibili, lavabili e riutilizzabili.

C’è da dire che in bagno, oltre alla carta igienica, non è rimasto niente. Mi trucco poco e quando lo faccio non mi strucco con salviettine o dischetti in cotone; uso una spugnetta morbida. Ho una scatola di cotton fioc da anni, che non sto usando in questo mese e non ne sento la mancanza. Poi ci sono la Meluna, i salvaslip e gli assorbenti lavabili, di cui però mi piacerebbe parlare (forse) in un altro post. Ora però ditemi come togliere lo smalto dalle unghie senza usare il cotone, grazie.

Il problema principale nella lotta all’usa e getta in casa sono gli animali. Laika per fortuna non necessita più dell’utilizzo massiccio delle traversine perché finalmente ha imparato a fare i suoi bisogni sempre fuori. Tali bisogni vanno però raccolti e per farlo ci vuole l’apposito sacchettino, non riutilizzabile per ovvie ragioni. Compro quelli in mater-bi, ma sono sempre usa e getta. Idem per la sabbietta dei gatti; per quanto ecologica sia, di certo non posso far altro che buttarla dopo l’utilizzo.

Fuori casa – a parte l’annosa questione del fazzoletto di carta nel bagno pubblico – le cose vanno ancora meglio: oltre alla sporta e alle retine per frutta e verdura, ho la mia fida borraccia d’alluminio, il mio bel bicchiere di plastica (che uso anche al lavoro, dove ho portato pure la tazzina di ceramica per il caffé) e addirittura il bicchierone per la birra media quando si beve fuori. Se si pranza fuori, bisogna ricordarsi anche le posate e il tovagliolo; il piatto no, non sono ancora arrivata a tanto. Evito i take away perché in genere insieme al pranzo mi rifilano milioni di vassoi di cartone, sacchetti di carta, confezioni di plastica con dentro posate e tovagliolo, così come con la pizza sarei costretta a portarmi a casa il cartone. Il mio pizzaiolo, a proposito, mi ha raccontato che tempo fa il cartone per la pizza si pagava; questo incentivava i clienti trattarlo con cura e a riportarlo la volta successiva, per riutilizzarlo. Funzionava così anche per le bottiglie e le lattine che si compravano al supermercato con vuoto a rendere. In Croazia è ancora così: torni con lo scontrino, restituisci le bottiglie e ti fanno uno sconto sulle nuove bibite che acquisti. Chissà cos’è che ha fatto pensare al genere umano di aver bisogno di buttare tutto quello che consuma, per potersi dire evoluto.

 

L’orto si sta riprendendo, ripeto, l’orto si sta riprendendo. Non si è salvato tutto, quello che è morto è morto (salvia, lattuga, basilico) ma quello che è sopravvissuto sta reagendo bene alle cure. L’intruglio d’aglio e la pozione alla propoli pare abbiano funzionato: non ci sono più tracce di afidi, bruchi e funghi. Un peperoncino è diventato rosso dall’emozione e l’origano è fiorito. Fiera del mio successo, sto riempiendo la casa di piante e piantine, ché non si vive di solo orto.

Avevo già iniziato un annetto fa, copiando un’idea da un catalogo Ikea e oggi la mia parete piantumata è l’angolo della casa che preferisco. Ora però sono entrata in una vera e propria fase di gardening compulsivo unito al riuso e sto piantando verde in ogni recipiente atto a contenere terra e piante. Ho iniziato riutilizzando delle belle tazze sbeccate che attendevano una mia decisione sulla loro sorte al buio in un billy; poi ho preso di mira una casseruola e un pentolino antiaderenti che non antiaderivano più da tempo. Non contenta, sto ragionando su un comodino. Comodino? Esatto, un vecchio e malconcio comodino da seminare, come fanno i ragazzi di “Da morto a orto“; loro recuperano appunto vecchi mobili e li rinverdiscono, nel senso letterale della parola.

Perché non potrei farlo anch’io? Be’, magari perché non so nulla di restauro, non ho una buonissima manualità ed infine non ho un pollice proprio verde, forse verdino; dettagli insomma, che di certo non mi fermeranno. Potrei arenare il mio progetto solo riflettendo sul fatto che, una volta terminato il lavoro, quel comodino non saprei proprio dove metterlo, ma forse anche questo è solo un piccolo particolare.

Ricordo che a metà degli anni novanta, nel piccolo paesello dove abitavo ai tempi, arrivò il primo opuscolo informativo sulla raccolta differenziata, novità delle novità. Il Comune era lieto di annunciare il nuovo servizio di raccolta porta a porta e indicava per filo e per segno dove avremmo dovuto gettare i nostri rifiuti. Così, all’inizio – e per un po’ di tempo prima di prenderci l’abitudine – ogni volta che ci trovavamo tra le mani qualcosa destinato alla spazzatura, controllavamo nella tabella dove andava collocato.

Sono passati circa quindici anni da allora e ormai la raccolta differenziata non dovrebbe più avere misteri, eppure spesso mi trovo ancora in difficoltà. Tanto per cominciare, mi domando se le aziende trovino divertente complicarmi la vita. Ad esempio, perché incollano etichette di carta sulle bottiglie di vetro? Forse trovano comico il fatto che io debba mettere a bagno le bottiglie, staccare l’etichetta, perdere la pazienza e sentirmi in colpa perché una volta rimossa non la posso riciclare. Non basterebbe infilare un cartellino alla bottiglia, facilmente rimovibile e riciclabile? Pare di no.

Parliamo del Tetra Pak. La società che gestisce i rifiuti nel mio comune ha inviato pochi mesi fa una lettera alla cittadinanza in cui faceva sapere che finalmente possiamo buttare il Tetra Pak nella carta, poiché grazie a non so quale accordo, ora questo materiale si può riciclare. Bene, perfetto. Molte aziende però non si limitano al contenitore, fanno di più: ci mettono il tappo di plastica. Grazie azienda, non sai che gioia per me perdere del tempo a staccare quel tappo dal brick.

Poi c’è la categoria dell’imballaggio inutile. Non compro più banane, perché non sono a chilometro zero e non consumo più carne perché sono vegetariana, però ricordo benissimo che entrambe sono vendute in vaschette di polistirolo e ricoperte da pellicola. Se per il macinato arrivo a capire le motivazioni di questa scelta, per le banane mi sfugge. Perché si confezionano le banane? E se anche ci fosse un motivo logico, perché non utilizzano una vaschetta di carta, anziché di polistirolo?  E quel polistirolo, si ricicla o no? Qui ci addentriamo nel difficile mondo delle plastiche, che non sono tutte uguali e non sono tutte riciclabili. Tempo fa ho letto In Italia possiamo riciclare la plastica che rientra nella definizione di imballaggio e che piatti e bicchieri di plastica non possono essere considerati imballaggi, quindi non si possono riciclare. Mi sono scervellata per per trovare una spiegazione, credendo ci fosse qualcuno con un forte interesse economico nel riciclare una cosa sì e una no a seconda della sua definizione e non della sua composizione. In realtà oggi sono finalmente riuscita a parlare con l’esperto dei rifiuti; molto gentile e disponibile, mi ha spiegato che nella plastica si possono conferire solo bottiglie e flaconi, contrassegnati con le sigle PET, PVC e PE. Tutto il resto viene scartato poiché ridurebbe la qualità della plastica ottenuta quindi polistirolo, pellicola, sacchetti e sacchettini, vanno nel secco, indifferenziato. È un peccato – aggiunge l’esperto – un grande spreco. Già, non resta che smettere di comprarla, la plastica non riciclabile (vale anche per i giocattoli dei bambini); e per i sacchetti della frutta al super, come si fa?

Inoltre non tutti gli imballaggi sono di plastica, anzi, per alcuni è quasi impossibile capire di cosa siano fatti. Ad esempio alcuni sacchetti delle crocchette dei gatti, quelli lucidi per intenderci. Li osservo e trovo questo logo, che significa “riciclabile”. Ok, ma riciclabile dove? Vado per esclusione: non è di sicuro carta, non sembra plastica. È forse alluminio? Esistono dei simboli, che se solo venissero utilizzati mi semplificherebbero la vita e saprei come riciclare quel rifiuto. Dato che alla maggior parte delle aziende pesa l’anima stampare un banale simbolino (non esiste nessun accordo o normativa che li obbliga a farlo), non mi resta che optare per una marca che utilizza imballaggi facilmente riconoscibili.

L’esperto della società dei rifiuti mi ha rassicurata anche su altro: ho letto su diversi libri che i cartoni delle pizze non si possono riciclare nella carta, ma lui ha negato. Vanno nella carta, così come le buste per le lettere con la finestrella trasparente. Per quanto riguarda la lettiera dei gatti biodegradabile, una volta tolti i bisogni, si può buttare nell’umido ed è meglio così piuttosto che nel wc, come sospettavo. Aggiungo, per quei pochi che ancora non lo sapessero, che l’olio utilizzato in cucina deve essere raccolto in contenitori e portato alla piazzola ecologica, non va assolutamente versato nel lavandino o nel wc.