logo EcoradioVi ricordate quando ho rinunciato al frigorifero per un mese? Sono passati già due anni dall’inizio del mio progetto di eco-rinunce, ma l’argomento pare desti ancora domande e curiosità. Ieri è andata in onda una mia intervista su Ecoradio, durante la trasmissione di Francesco Pompilio; abbiamo parlato delle mie dodici eco-fatiche e in particolare della prima, quella appunto del “senza frigorifero”.
Seguiranno altri interventi in cui racconterò le rimanenti undici eco-fatiche, ma non so dirvi ancora quando sarò di nuovo in onda; seguite Ecoradio, prima o poi mi sentirete.

 

Se vi siete persi la prima intervista, eccovi qui la registrazione: buon ascolto :)

Oggi su La Stampa c’è un interessante articolo che parla dell’esperienza di una famiglia austriaca di cinque persone che da tre anni vive senza plastica. Proprio di fianco alla loro storia spunta “il caso italiano”: Le dodici eco-fatiche di Tatiana.

So che alcune mie amiche rideranno della mia emozione, perché ormai loro sono abituate a ritrovare il loro nome su giornali e riviste; ad esempio la mia amica Claudia, che ha scritto un articolo per Starbene proprio qualche giorno fa (l’articolo tra l’altro riguarda la plastica). Per me invece questa è la prima volta e ammetto che fa un certo effetto pensare alle persone che oggi leggeranno quelle righe e mi daranno della fuori di testa.

La foto di questo post avrebbe dovuto accompagnare l’articolo; dopo averla vista, l’autore ha preferito evitare ma siccome mi voglio male, ho rimediato pubblicandola qui.

Dato che sono in tema di segnalazioni, ricordatevi di leggere Vivi Sostenibile e di mettere Like alla pagina Facebook. È un progetto appena nato che sto seguendo e mi piacerebbe che crescesse; quindi condividete a più non posso e se vi piace iscrivetevi al sito. Ci conto (si accettano anche suggerimenti, idee, critiche, pomodori).

Per oggi, fine delle comunicazioni: l’articolo su La Stampa lo trovate a pagina 26. Buona lettura :)

 

Le mie dodici eco-fatiche si sono concluse; si è trattato di un esperimento volontario, portato avanti con lo scopo di dimostrare a me stessa se tutto quello a cui ero abituata fosse davvero utile o necessario. Può risultare comodo salire sull’auto e andare a fare la spesa al supermercato, infilare nel carrello una vaschetta di carne, sei uova di dubbia provenienza, delle banane confezionate, sei bottiglie d’acqua, lo sgorgante per il lavandino e uno shampoo di cui non abbiamo nemmeno letto l’etichetta. Tra uno scaffale e l’altro ci si può far tentare da quelle splendide tazze in offerta che non ci servono, o da quel tagliamela che costa solo un euro. In cassa si mette tutto nelle borse biodegradabili che costano dieci centesimi e si rompono dopo dieci passi, si risale in macchina e ci accende una sigaretta; una volta a casa, si riempie il frigorifero dove buona parte del cibo che abbiamo acquistato (lamentandoci per i prezzi troppo alti) rimarrà nei secoli dei secoli. Amen.
Questo è quello che ho fatto negli ultimi dodici mesi: rinunciare a dodici comodità, abitudini e comportamenti che molti di noi non mettono in discussione, perché fanno parte della normalità, di ciò che consideriamo naturale.

Ci sono però una serie di fatiche che non vi ho detto, nate per caso, involontarie, dalle quali non sono sempre uscita bene. Ve ne racconto due, una delle quali abbastanza infelice.
Per tre anni ho vissuto senza televisione e non perché fossi snob; semplicemente, quando si è passati al digitale terrestre la mia TV ha deciso di non trasmettere più nulla, il vuoto totale. Non sono mai stata un’amante della televisione ma di certo non mi aspettavo un taglio così netto dall’oggi al domani. Mi sono ripromessa di contattare l’antennista; è passato un mese, poi sei mesi, poi un anno. Dopo due anni Matteo ha preso in mano la situazione e ha chiamato finalmente il tecnico che ci ha informato del fatto che il cavo dell’antenna che avevamo installato era in realtà un cavo della videosorveglianza: bastava cambiare un cavo, facile. Non l’abbiamo fatto, per il seguente principio: se non ci è servita fino ad ora, possiamo farne a meno (il principio è della mia amica Martina, fatene tesoro). Nella nuova casa la televisione c’è e si vede, ma vi assicuro che si stava meglio quando non c’era.

La seconda fatica che non vi ho detto (quella infelice) è che in fase di trasloco si è rotta la lavatrice. Niente dovrebbe spaventare una che è riuscita a vivere senza frigorifero, ma provate voi ad avere un mostro di ferro che – senza apparente motivo – sputa acqua in quantità, allagando completamente la casa mentre una montagna di vestiti da lavare vi guarda con aria di disappunto (e ovviamente non avete una vasca da bagno). Tutto ciò succedeva durante il mese “senza sprechi d’acqua”, perché la vita sa essere molto ironica.
Passato lo sconforto iniziale (momento che è coinciso con la telefonata alla mamma e la sua frase salvatrice “portali da me i vestiti, te li lavo io”), ho valutato l’idea di rinunciare per sempre alla lavatrice e passare alle lavanderie a gettoni. Ho fatto due calcoli e vi assicuro che se si ha già una lavatrice non è conveniente per nulla, quindi ho deciso di far riparare il mostro e vissero tutti felici e contenti.

Tutto ciò per dire una cosa ovvia che (forse) affronterò nel prossimo post :)

 

Ho imparato due cose da questo trasloco: la prima è che non esistono case troppo piccole, ma case mal organizzate. Oddio, forse case davvero troppo piccole esisteranno anche, ma si tratta di eccezioni, considerando i trenta metri quadrati dai quali predico. La seconda, ve la dico poi.

Qualcuno prima o poi si troverà a dover rinunciare allo spazio di cui dispone e a mettersi le mani nei capelli di fronte all’organizzazione di una casa più piccola, no? Quel qualcuno magari passerà di qui quel giorno: qualcuno, eccoti le (mie) soluzioni in ordine sparso.

Ho maturato una discreta esperienza, date le ore interminabili trascorse a cercare di infilare cucina, tavolo, divano e librerie nella zona giorno e altrettante a tentare l’impossibile con letto, armadio, scrivania nella zona notte. Non ce l’ho fatta, mi sono dovuta arrendere alle leggi indiscutibili della geometria e metterci un po’ di fantasia. Per fortuna, gli uomini hanno inventato i mini appartamenti ma hanno inventato anche Ikea che, checché se ne dica, salva la vita a tante giovani coppie alle prese con budget limitati e spazi ridotti.

Prima di perdersi all’Ikea però, bisogna prendere tante misure e darci dentro con il decluttering, che dev’essere radicale. Io ho iniziato dalla cucina, che è generalmente la stanza più popolata da oggetti, molti dei quali indispensabili (o comunque utili) e spesso anche ingombranti. Risolta la questione cucina, sono passata ai vestiti e ho tenuto solo quelli che sapevo sarebbero entrati nell’armadio nuovo. A questo punto il peggio è passato, terminare la casa è una passeggiata o quasi. Il quasi sta in quei particolari che vorremmo tutti ignorare ma di cui bisogna per forza tenere conto e si chiamano: stendibiancheria, asse da stiro, aspirapolvere, scopa, secchio eccetera. Oggetti che qualsiasi donna sana di mente lancerebbe dalla finestra e invece no, bisogna trovare posto anche per loro, per forza. Ho sacrificato un’anta di ben 50 centimetri del mio Pax per far posto a quello che è “il ripostiglio”. Cinquanta centimetri tolti a vestiti e scarpe: serve un certo rigore per riuscirci, ve l’assicuro.

Risolte le questioni fondamentali, subentra Ikea. Grazie alle geniali soluzioni svedesi (comprate di seconda mano) abbiamo ricavato una stanza che non esisteva (il salottino), piazzando nella zona notte un bel letto a soppalco che ospita sotto di esso un divanetto e il tavolino per il computer. Spezzo una lancia enorme a favore di questo letto, perché è incredibilmente comodo e ha compiuto un miracolo che non sarebbe stato possibile con l’armadio a ponte sul letto (che avevamo valutato prima di arrivare al soppalco). Questo ha fatto sì che la zona giorno non venisse riempita all’inverosimile di mobili e che la zona notte non diventasse una stanza “solo per dormire” (se di stanze ne hai solo due, il minimo è viverle entrambe). Il risultato è una casetta davvero carina, piccola ma comoda. Soppalco a parte, se vi trovate nella mia situazione, consiglio vivamente di sfruttare gli spazi in altezza, ad esempio scegliendo pensili della cucina un po’ più alti rispetto allo standard, ma non solo; guardate sopra allo specchio del vostro bagno quanto spazio c’è, lì ci stanno benissimo dei pensili per riporre le coperte, così come sopra alle porte si possono appendere delle librerie. Altro consiglio è quello di non esagerare, cioè di non occupare davvero tutto lo spazio possibile e pure quello impossibile; lasciate dei vuoti che diano respiro alle stanze (e che vi permettano di muovervi!).

La seconda cosa che ho imparato? Che non esistono case troppo piccole per adottare uno (o più) animali domestici. Come saprete, ho una piccola cana e tre gattoni; la mia più grande paura era che loro non si trovassero bene, che soffrissero la mancanza di spazio (pur potendo uscire sul balcone) e che diventassero nervosi o tristi, invece non li ho mai visti stare meglio.

Per concludere, caro il mio qualcuno passato di qui, rivaluta quella casa che hai visto ma che hai giudicato troppo piccola: ti costerà meno, stimolerà la tua fantasia, impiegherai solo pochi minuti al giorno per pulirla e ti darà un senso di libertà che non puoi immaginare.

PS: per vedere qualche foto della casetta sui tetti cliccate qui :)

Trasferirmi in una casetta di trenta metri quadri ha richiesto un decluttering senza indugi. Non il decluttering del mese senza superfluo, non il decluttering che normalmente si fa in una casa prendendo di mira un cassetto alla volta, una stanza per mese, no: un decluttering senza esclusione di colpi, di quelli che non lasciano spazio a dubbi, ripensamenti, incertezze. Si fa di necessità virtù, se non si ha tempo da perdere e non si ha spazio per procrastinare, tutto diventa più facile, la lista degli oggetti che non troveranno posto nella nuova casa non perdona. Il mese che ha preceduto il trasferimento è stato tutto un regalare cose accumulate negli anni, dimenticate nei cassetti, dietro le antine, nascoste dalle porte, infilate in fondo all’armadio, sotto il letto, ovunque. Ho vissuto momenti tragici, sommersa da scatoloni, ricordi, un disordine infinito che da fuori mi arrivava alle ossa, ma ripeto, la mancanza di tempo e di spazio mi hanno dato un’enorme spinta a liberarmi del superfluo senza voltarmi indietro.

Per riuscire a capire quali oggetti tenere e quali no, ho seguito più o meno questa logica:
1. stabilire cosa mi serve e cosa mi piace davvero;
2. decidere cosa ci sta nella nuova casa tenendo come priorità ciò che è indispensabile;
3. tenere solo i ricordi non ingombranti (in termini di spazio e di emotività);
4. eliminare tutto il resto.

Se ne sono andati per sempre, tra le tantissime cose: Wii, stepper, Mokona, pale da soffitto, vasi e sottovasi per le piante, stoviglie e utensili vari per la cucina, millemila servizi da caffè, svariati mobili e ben cinque sacchi di vestiti, scarpe e borse destinati alla Caritas. Sono molto soddisfatta di non aver buttato via praticamente nulla, perché il decluttering va benissimo, lo spreco no.
I libri sono momentaneamente parcheggiati in un box in prestito; l’intenzione è quella di donarli alla biblioteca ed ora che il peggio è passato giurin giuretta me ne occuperò. In casa ho tenuto solo i manuali da consultazione, per tutto il resto c’è il Kindle.
Nonostante lo sfoltimento, la mia casetta ha tutto ciò di cui ho bisogno e se volessi proprio essere pignola, potrei rinunciare ancora a qualcosa (per dirne una, mi sono accorta di utilizzare solo un servizio di tazzine, ma ne ho tenuti tre).

Il vantaggio principale di tutto questo decluttering è l’ordine: io, disordinata cronica, per la prima volta nella vita ho “ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa”. Niente che non sappia dove mettere, nulla di cui non sappia cosa fare. Non perdo più tempo a cercare l’unica cosa che mi serve tra mille cose che potrei non avere. Nella vecchia cucina ad esempio c’erano sette cassetti, qui solamente tre: uno è utilizzato come dispensa, l’altro contiene la biancheria pulita, l’ultimo gli utensili. La comodità di cercare in un solo cassetto ciò che serve per cucinare è indescrivibile. Fino a un mese fa dovevo aprire come minimo tre cassetti prima di trovare quel cucchiaio; se la questione si faceva seria arrivavo a rovistare nel quarto, poi nel quinto e così via. La cipolla in padella nel frattempo passava da dorata a bruciata. Ora il cassetto è uno, se quel cucchiaio non è lì, probabilmente non esiste più e me ne faccio una ragione prima che la cipolla bruci. Lo stesso vale per i vestiti: ho un armadio con due ante, se quel vestito non è lì, non è necessario smontare tutta la camera per trovarlo.
Ovviamente l’ordine si traduce poi in pulizie velocissime, tempo per vivere (meglio) la propria casa e il fuori-casa e di conseguenza la sanità mentale che sto riconquistando :)

Anche questo mese ero indecisa sull’eco-fatica da affrontare: ho optato – date le circostanze – per “senza spazio”. Inizialmente non mi convinceva fino in fondo vista la similitudine con l’eco-fatica “senza superfluo”, ma poi ci ho riflettuto ed ecco a voi le mie conclusioni.
Ormai siamo tutti convinti (cioè, io sono convinta) che si debba avere meno, consumare meno, sprecare meno, lavorare meno, e si sente sempre più parlare (o meglio, io sento sempre più parlare) di decrescita, decluttering, downshifting. Quello che non avevo mai considerato è che prima di avere meno cose, bisognerebbe avere meno spazio. Questo per due motivi: primo, meno spazio si ha a disposizione, meno verrà voglia di acquistare oggetti; secondo, in uno spazio ridotto si inquina in misura minore. Quanto costa dal punto di vista ambientale in termini di consumo di territorio, prima ancora che di materiali, avere tanto spazio per noi? Ad esempio costruire quei nuovi quartieri residenziali dove sorgono schiere di villette; la beffa è che siano di classe energetica A o B, come se questo compensasse il fatto di aver tolto verde alle già troppo grigie città. Riqualificare le piccole abitazioni nei centri storici sarebbe molto più sostenibile, senza contare che i nuovi quartieri sorgono generalmente in periferia, il che si traduce nel prendere l’auto per ogni minimo spostamento (non per niente le villette sono dotate di ampi box), ma torniamo a noi. Vivere in meno spazio vuol dire anche consumare meno energia per riscaldare e per illuminare, disporre di mobili (o frigoriferi) più piccoli in cui riporre solo il cibo che riusciamo a mangiare, armadi che non possono contenere gli abiti che non indossiamo ma di cui non ci liberiamo perché non si sa mai, utilizzare meno prodotti per la pulizia (per chi ancora ne usa), avere contenitori minuscoli per la raccolta differenziata, arredare in modo minimalista senza che in casa si crei l’eco eccetera.

Questa è la mia ultima eco-fatica, quindi un punto d’arrivo, la somma di buona parte delle mie eco-fatiche precedenti; mi sto rendendo conto che sarebbe dovuto essere il punto da cui partire, ma se non avessi intrapreso questo percorso undici mesi fa, mi sarei trovata disarmata di fronte alla prospettiva di rinunciare al mio spazio e a tutto quello che ne consegue.
Un anno fa ero morbosamente attaccata alle mie cose, alla mia casa, alle mie abitudini e a quella che definivo la mia indipendenza. Prima di intraprendere le mie eco-fatiche, sognavo di trasferirmi in una casa ancora più grande di quella in cui abitavo, possibilmente con giardino; per un periodo ho addirittura creduto che costruire una casetta in campagna fosse la risposta ai miei bisogni.

Non vorrei apparire come un’invasata ecologista convinta che trasferirsi in 30 metri quadrati sia cool perché si disturba meno il pianeta terra occupando poco spazio; la verità è che traslocare è stressante come poche cose al mondo, fare un decluttering selvaggio come sto facendo io lo è ancora di più, ma io sono fatta così, ho uno spirito di adattamento molto marcato e tendo a vedere il lato positivo di ogni rinuncia, trasformandola in un’occasione per mettermi in discussione: ce la farò anche questa volta?

 

Oggi ricorre la giornata mondiale dell’acqua; è come sempre una coincidenza che io abbia scelto di non sprecare acqua proprio durante questo mese. Se fossi una persona diligente, dopo aver affrontato la questione cucina, vi avrei stupito con i miei calcoli sul consumo di acqua in bagno, ma non ho avuto tempo e modo di effettuare le misurazioni (sto traslocando, vi ricordate?), quindi ho deciso di affrontare un aspetto relativo sempre alla cucina che la volta scorsa avevo tralasciato: il cibo. Sì perché uno pensa che l’acqua consumata sia solo quella che vede scendere dai rubinetti di casa, e invece no.

L’acqua che più si spreca è quella che viene consumata per produrre quello che mangiamo. Copio dalla rete qualche dato: “per produrre l’alimentazione giornaliera di una persona occorrono da 2.000 a 5.000 litri d’acqua. E’ dunque il fabbisogno di cibo che genera la carenza idrica. La terra deve sfamare sette miliardi di persone, cifra destinata ad aumentare a nove miliardi entro il 2050.” E, dato che solo due giorni fa, c’è stata un’altra ricorrenza, il Meat out day, copio anche questo: “occorrono intorno ai 1.500 litri di acqua per produrre un chilo di grano, ne servono dieci volte tanto per produrre un chilo di manzo”. Dieci volte tanto, significa quindicimila litri d’acqua. Quindicimila. Se è vero che anche l’agricoltura dovrebbe impegnarsi e consumare meno acqua (1.500 litri non sono pochi), è vero anche che noi possiamo fare qualcosa di concreto prima che qualcun altro si muova al posto nostro: smettere di mangiare carne. Insomma, se non volete farlo per l’etica, se non volete farlo per la salute, fatelo almeno per l’ambiente. No?

Non è solo l’alimentazione ad incidere sul consumo d’acqua; l’acqua si spreca per produrre qualunque cosa consumiamo: vestiti, scarpe, libri, scommetto anche cosmetici e saponi. Quindi vi invito a venire a Fa’ la cosa giusta il 30 marzo e 1° aprile ad imparare a fare qualche cosmetico facile facile durante uno dei miei laboratori (la partecipazione è libera e gratuita). È vero, si spreca acqua anche per produrre le materie prime, ma almeno risparmiamo sul prodotto finito, che dite?