Mentre taglio i pomodorini – non del mio orto, anzi, apriamo una parentesi sull’orto: nonostante il mio impegno nel combattere ogni tipo di parassita, non sta crescendo un supermercato ortofrutticolo nei mie vasi. Siamo a quota un pomodoro e due peperoncini più due fragole che però sono state mangiate dai bruchi che mi hanno preceduta – chiusa la parentesi, dicevo, mentre taglio i pomodorini sento uno strano rumore, insolito. Sobbalzo e per qualche millesimo di secondo non capisco cosa sia. Poi ricordo: due ore fa ho riacceso il frigorifero. Ebbene sì, ho resistito per due mesi e poi ci sono ricascata. Fa troppo caldo ed è diventato impossibile conservare qualunque cosa. Anche bere acqua calda non è bello. Non so se ho fatto la cosa giusta: nell’atto di reinserire la presa, ho colpito la spianatoia vicina, che è andata a sbattere contro non so cosa e che ha buttato giù altre cose. Risultato: ciotole rotte, disastro, cocci da raccogliere. Sono stata punita, è evidente. Inoltre, dopo averlo riacceso, coincidenza vuole che mi contatti proprio Guido Vaudetto per chiedermi, per l’appunto, come va la vita senza frigorifero. Domanda di riserva? Come va senza sigarette? Vabbè dillo che mi vuoi male.

Già, perché poi alla fine non ho mica smesso di fumare, non ce l’ho fatta. Potrei mentirvi e dirvi che è stato facile come bere un bicchier d’acqua, ma non lo farò: smettere di fumare non è facile per nulla (nemmeno se sai come farlo, oserei aggiungere).

Le mie eco fatiche non stanno andando proprio benissimo, è il caso di dirlo. Però non ho intenzione di arrendermi: alla fine dell’estate spegnerò di nuovo il frigorifero e la battaglia contro il fumo è sempre aperta. Per quest’ultima si tratta “solo” di scoprire il vero motivo per cui fumo e liberarmi da questa schiavitù/dipendenza sradicando l’odioso automatismo che mi porta ad accendermi una sigaretta dopo l’altra. Finalmente ora ho più tempo e riprenderò in mano il manuale scritto – e gentilmente regalatomi – da Nicola Menicacci, che di lavoro fa – anche – il coach. Vi farò sapere se otterrò risultati (ma li otterrò).

Guardiamo al futuro: smetterò di fumare, l’orto mi stupirà e questa caldissima estate passerà, facendomi tornare un’orgogliosa no frigo girl. Nel frattempo, ecco la mia eco-fatica di luglio: rinunciare all’usa e getta. Troppo facile? Quante cose usa&getta vi vengono in mente? Tovaglioli, fazzoletti, imballaggi dei cibi, assorbenti, dischetti levatrucco, e poi? Non credo sia poi così semplice rinunciare del tutto all’usa e getta; sicuramente ci saranno prodotti che nemmeno mi vengono in mente e che mi accorgerò di dover eliminare solo quando mi troverò ad usarli. Vale anche il recupero, quindi mi dovrò ingegnare per non buttare via quello che dovrebbe essere buttato subito dopo l’utilizzo perché l’obiettivo è quello di produrre meno rifiuti possibile.

 

 

Ho trovato una strana relazione tra lo smettere di fumare e lo smettere di mangiare carne. Da ragazzina, supplicavo mia madre di non cucinare carne perché io gli animali non volevo mangiarli, però lei diceva che la bistecca fa bene quindi continuava a comprarla e a mettermela nel piatto. Con gli anni siamo arrivate ad un compromesso: ok alla carne che non somigliasse ad un animale – niente pollo arrosto, braciola con l’osso e ossobuco – e banditi tutti gli animali che mi stavano più simpatici, tra cui agnelli, conigli, cavalli.

A ventidue anni ho abbandonato il nido materno e una delle prime cose che ho fatto è stata quella di diventare vegetariana. Ero però una vegetariana particolare, diciamo flessibile, probabilmente ipocrita. Non mangiavo carne ma il pesce sì, perché avevo una teoria tutta mia sul fatto che i pesci non vivono in cattività, vivono in mare, quindi sono fessi loro se si fanno pescare, non cattivi noi che li peschiamo (ignoravo del tutto gli allevamenti e i metodi di pesca, lo ammetto). Mangiavo carne a casa d’altri, soprattutto se questi altri erano parenti, perché non mi andava di “dare fastidio”,  imponendo le mie scelte alimentari; inoltre mi riusciva difficile spiegare a mia nonna che il prosciutto cotto è carne e che anche il ragu è carne e che non ero diventata vegetariana perché avevo abbracciato chissà quale strana religione. Ero come quei fumatori che hanno smesso, ma che fumano una sigaretta ogni tanto in compagnia d’altri. Dopo quattro anni di vegetarianesimo farlocco, sono tornata onnivora e poi di nuovo vegetariana; la strada per smettere di mangiare carne, così come quella per smettere di fumare, è lunga e piena di ostacoli e solo oggi, dopo anni di tentativi, posso dire di essere una vegetariana a tutti gli effetti.

Alcune tra le nostre abitudini, alimentari e non solo, sono comportamenti frutto della nostra cultura, del nostro modo di stare insieme. Sulle nostre tavole il cibo non è solo qualcosa con cui ci nutriamo, è anche condivisione di un modo di vivere. Così come la sigaretta non è solo un vizio (o una dipendenza) ma è la pausa con i colleghi, la chiacchierata sul balcone con i parenti che non vediamo da tempo, la scusa per appartarci con l’amica fuori dal locale per confidarle qualcosa lontano dal gruppo. Che faccia male, è marginale, così come lo è nel caso della carne. Non importa se è sano o no, a capodanno si mangia lo zampone, perché è tradizione. Quando mia nonna vuole fare qualcosa di speciale cucina le lasagne, le polpette al sugo, lo spezzatino con le patate. Non mangiamo carne alla sua tavola, ma le sue abitudini, la sua fatica, l’amore che nutre per noi. Non sarebbe uguale se a tavola ci fosse seitan, soia e tofu, perché nella storia di mia nonna, la carne è quella cosa preziosa, costosa, che si mangia nei giorni di festa, perché una volta ogni tanto anche i poveri possono concedersi un lusso. Non sarebbe uguale per mio zio se a fine pasto non si concedesse una sigaretta, perché nella sua storia la sigaretta è stata simbolo dell’essere grandi, uomini e della ribellione ai divieti.

Quando si smette di fumare e quando si smette di mangiare carne, si hanno spesso delle ricadute, si fanno strappi alla regola, si discute a lungo con la propria coscienza per giustificare la scelta di farlo, o farlo ogni tanto, perché si tratta di due cose radicate nella nostra società, nelle nostre abitudini, legate alle nostre emozioni; forse è per questo che quando si dice ad un fumatore che il fumo uccide, risponde che anche l’inquinamento uccide e forse è per questo i vegetariani si sentono spesso dire che anche le verdure soffrono quando spiegano ad un onnivoro la loro sensibilità verso la sofferenza animale. Le emozioni non hanno una soluzione razionale, occorrerebbe spostare dal nostro cassetto dei ricordi positivi la carne e la sigaretta.

Perché sono giunta a questa relazione tra cibo e fumo? Perché passano entrambi dalla bocca? No. Perché quando un vegetariano ha delle ricadute, il sapore della carne non gli piace più, trova che sappia “di vivo” (o di morto, fate voi), alcuni provano disgusto e nausea addentando una fetta di prosciutto crudo o mordendo la braciola anelata per mesi, magari anni, mentre avevano fatto voto di vegetarianità. La stessa cosa succede con le sigarette; se non si fuma per un paio di giorni, la sigaretta ha un sapore ben diverso dalla nostra sigaretta, quella che ci rilassava, che ci grattava la gola tra un sorso di birra e l’altro, che si mischiava al sapore del caffè, completandolo. Se non l’avete mai fatto provate a non fumare per qualche giorno e poi accendetevi una bella sigaretta. Il corpo non mente, non ci racconta storie sulla carne o sulla nicotina, non è indulgente su ciò che ci fa male. Se ci abituiamo, possiamo trovare buono qualsiasi veleno. Provate a non mangiare carne per un tempo ragionevole (dai tre ai sei mesi) e poi mangiate una bistecca al sangue. Quello che sentirete, sarà una risposta più esauriente di mille discorsi razionali sul perché sia giusto o sbagliato mangiare carne.

Nota: mia madre, carnivora convinta e fumatrice accanita, oggi è vegetariana e ha smesso di fumare da tre anni.

 

Si può essere ambientalisti e contemporaneamente fumatori? Sono una fumatrice accanita da quindici anni abbondanti e ho cercato di giustificare e difendere questo mio vizio – che in realtà è una dipendenza – in tutti i modi possibili nel corso di questi anni. Quando qualcuno mi fa notare che il fumo fa male, rispondo che con tutte le schifezze che respiriamo, cosa sarà mai una sigaretta. In realtà siamo tutti a conoscenza (fumatori compresi) dei danni legati al fumo. La sigaretta però non danneggia solo me e chi mi sta intorno, ma anche l’ambiente.

Tanto per cominciare, la coltivazione del tabacco contribuisce al disboscamento; per fare spazio alle piantagioni di tabacco viene tagliato un albero su otto. Per far essiccare le foglie di tabacco ogni anno vengono utilizzati circa 600 milioni di alberi come combustibile. L’OMS sostiene che il 5% del disboscamento totale sia attribuibile alla coltivazione del tabacco, che causa inoltre desertificazione ed inaridisce i terreni in modo irreversibile. Come se ciò non bastasse, i pestidici, fertilizzanti e antiparassitari utilizzati nelle piantagioni di tabacco avvelenano il suolo, l’acqua e gli animali, oltre che l’utilizzatore finale.

Fumando si spreca anche carta: se ne utilizzano sei chilometri ogni ora per produrre sigarette. La maggiorparte del tabacco che fumiamo, non è nemmeno a chilometro zero; l’87 % della produzione è infatti concentrata nei paesi in via di sviluppo dove il tabacco toglie alle popolazioni oltre che terreno, anche acqua.

Pare poi che non sia solo la produzione del tabacco ad inquinare; il fumo stesso aumenta le polveri sottili nell’aria. La rilevazione è stata fatta il 23 aprile scorso dai ricercatori dell’Istituto nazionale dei Tumori a San Siro. Secondo quanto hanno rilevato “la concentrazione di polveri sottili Pm 2,5, emesse anche dalla combustione delle sigarette, era oltre il doppio che fuori dallo stadio, mentre la nicotina era presente in quantità 26 volte superiore”. Ci sono poi da considerare i rifiuti: negli Stati Uniti il 20% dei rifiuti raccolti è composto da mozziconi di sigaretta; se restano nei prati, per strada, sui marciapiedi, sulle spiagge, impiegano più di un anno a degradarsi naturalmente, a meno che non provochino un incendio.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello legato ai diritti umani e animali: nelle produzioni di tabacco lavorano anche bambini, quindi fumando si incentiva il lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo; inoltre la tossicità del fumo – nonostante sia nota – viene testata su cani, topi, scimmie e altri animali, lo sapevate?

Come si fa ad essere ecologisti convinti e continuare a fumare? Non è coerente. Quindi la mia prossima eco-fatica sarà quella di resistere senza sigarette per almeno un mese, ovviamente con l’obiettivo di smettere per sempre. Non è la prima volta, ho già fallito vari tentativi. Diversi anni fa ho smesso per ben sette mesi grazie all’aiuto dei cerotti alla nicotina; ho poi riprovato leggendo (non una, ma due volte) il famoso libro “È facile smettere di fumare se sai come farlo”; una volta ho contato solo sulla mia forza di volontà, evidentemente scarsa. Quello che mi ha motivata fino ad ora (non troppo, a quanto pare) è sempre stata la preoccupazione per la mia salute; chissà che pensando all’ambiente non vada meglio.

Nota: le fonti, oltre a quelle linkate nel post, le trovate su YesLife e Fumo.it.