Il mese lontano dalla grande distribuzione è quasi giunto al termine. Agosto è un mese morto, stare alla larga dai supermercati in questo periodo non è stato facile: trovare un negozio aperto tra le decine di serrande abbassate si è rivelata spesso un’impresa. Le mille promozioni hanno ammiccato dalla cassetta della posta per tutto il mese e la tentazione di cedere al “comodo, vicino, subito” è stata forte. In più c’è stato anche il gran caldo a farmi desiderare qualche ora al fresco dell’aria condizionata. Alla fine però abbiamo resistito all’afa e alle offerte e non siamo morti di stenti, anche perché il mio orto preferito non ha chiuso nemmeno per un giorno.

Lontano dai supermercati non significa però lontano dagli acquisti. Mi sono accorta che il mio “bisogno di comprare” è forte, più di quanto credessi. Me ne sono resa conto perché sfogliando i volantini dei posti che non potevo frequentare, ho avuto voglia di precipitarmi ad acquistare qualcosa che non mi serviva, così, per il gusto di farlo. Quando è arrivato il nuovo catalogo IKEA, ho sentito il desiderio di andarci, all’IKEA, sebbene non ci fosse nulla di cui avevo bisogno e nonostante la mia casa sia già troppo piena di qualunque cosa. Questo mese sono stata a ben due mercatini dell’antiquariato: se non posso andare in un centro commerciale, potrò almeno comprare qualcosa di usato, mi sono detta. Non ho acquistato niente, ma mi sarebbe piaciuto portare a casa una radio d’epoca funzionante, un lampadario con le gocce restaurato, un’alzatina in porcellana degli anni cinquanta in ottimo stato. Inutile dire che non ho posto per questi oggetti e nemmeno la necessità di averli.

Comprare cose, avere cose, accumulare cose, ha un fascino particolare. Il fascino del potere, della ricchezza, del possesso. Senza dimenticare le proprietà consolatorie dello shopping, tutte da dimostrare. È di questo che dovrei liberarmi, più che dei supermercati; dovrei levarmi l’abitudine all’acquisto, la convinzione che siamo quello che abbiamo. Detto da me suona strano, perché non ho mai creduto di essere schiava degli status symbol, dell’avere, del comprare. Invece mi sono accorta di esserlo, mi sono resa conto che i miei bisogni sono infiniti, che comprerei tutto se solo potessi e che una volta ottenuto l’ennesimo oggetto dei miei desideri, potrei anche dimenticarlo in un angolo, ma difficilmente riuscirò a liberarmene. Ma di questo, forse, parlerò in un altro post.

PS: la foto è di Matteo.

 

Una delle prime mete dopo il rientro è stata la grande distribuzione. Andiamo a fare la nostra super spesa in uno degli ipermercati più iper della zona: l’Auchan. Lì si trova tutto, davvero tutto, ci vado per quello, perché se un prodotto non lo vendono all’Auchan, non esiste. La comodità di trovare in un unico posto i prodotti alla spina e il cibo biologico per noi e per i nostri animali mi fa sopportare la ressa, la confusione, lo smarrimento che provo di fronte a tutto quel troppo in cui non riesco mai a trovare niente. E le casse automatiche, stupide macchine senza persone, che non capiscono mai che ho fatto quello che mi dicono, ho messo il prodotto nella busta, l’ho fatto, ma lei continua a dirmi con quella voce metallica di apporre il prodotto nell’apposito sacchetto. Esco col mal di testa per colpa delle luci bianche, del rumore frastornante di voci e radio in sottofondo, della cassa sfiancante. Però ho trovato tutto; ho speso come al solito più del dovuto.

La pace dei sensi conquistata in vacanza spazzata via da qualche ora persa tra le corsie di un ipermercato incredibilmente iper. Talmente iper che un tempo le commesse viaggiavano da un reparto all’altro sui pattini. Torno a casa e decido che la mia fatica di agosto sarà quella di tenermi alla larga da questi edifici di culto del consumismo. Lontana per un mese dalla grande distribuzione, dagli scaffali che urlano comprami, dai colori delle offerte speciali, dai cestoni dove rovisti anche se non ti serve nulla perché magari trovi un’occasione. Avrei dovuto farlo tempo fa, ma qui i supermercati crescono come funghi, resistere alla tentazione di entrarci è impossibile. Sono aperti fino a tardi, a volte anche la domenica e nei giorni di festa, a salvarti dalla tue dimenticanze e dalla tua scarsa organizzazione.

Ieri sono tornata dal contadino: tre euro e niente stress per i miei tre chili di verdura appena raccolta. Nessuna luce a rendere più belli quei frutti della terra già belli così, sporchi e imperfetti e buoni, com’è la natura. Ho comprato il formaggio al mercato, da quel signore con la faccia rossa e piena: ho il salamino buono. Non lo mangiamo, non mangiamo carne. Allora ci allunga un assaggio di parmigiano, perché qualcosa deve farci provare, la sua roba è buona. Non è la cassa metallica che mi intima di fare cose che ho già fatto, è una mano che mi porge un dono. Nei giorni di mercato fanno un pane speciale, ne prendiamo un filone e torniamo a casa a mangiare bruschette con l’olio buono e formaggio col miele, come in vacanza.