Anche questo mese ero indecisa sull’eco-fatica da affrontare: ho optato – date le circostanze – per “senza spazio”. Inizialmente non mi convinceva fino in fondo vista la similitudine con l’eco-fatica “senza superfluo”, ma poi ci ho riflettuto ed ecco a voi le mie conclusioni.
Ormai siamo tutti convinti (cioè, io sono convinta) che si debba avere meno, consumare meno, sprecare meno, lavorare meno, e si sente sempre più parlare (o meglio, io sento sempre più parlare) di decrescita, decluttering, downshifting. Quello che non avevo mai considerato è che prima di avere meno cose, bisognerebbe avere meno spazio. Questo per due motivi: primo, meno spazio si ha a disposizione, meno verrà voglia di acquistare oggetti; secondo, in uno spazio ridotto si inquina in misura minore. Quanto costa dal punto di vista ambientale in termini di consumo di territorio, prima ancora che di materiali, avere tanto spazio per noi? Ad esempio costruire quei nuovi quartieri residenziali dove sorgono schiere di villette; la beffa è che siano di classe energetica A o B, come se questo compensasse il fatto di aver tolto verde alle già troppo grigie città. Riqualificare le piccole abitazioni nei centri storici sarebbe molto più sostenibile, senza contare che i nuovi quartieri sorgono generalmente in periferia, il che si traduce nel prendere l’auto per ogni minimo spostamento (non per niente le villette sono dotate di ampi box), ma torniamo a noi. Vivere in meno spazio vuol dire anche consumare meno energia per riscaldare e per illuminare, disporre di mobili (o frigoriferi) più piccoli in cui riporre solo il cibo che riusciamo a mangiare, armadi che non possono contenere gli abiti che non indossiamo ma di cui non ci liberiamo perché non si sa mai, utilizzare meno prodotti per la pulizia (per chi ancora ne usa), avere contenitori minuscoli per la raccolta differenziata, arredare in modo minimalista senza che in casa si crei l’eco eccetera.

Questa è la mia ultima eco-fatica, quindi un punto d’arrivo, la somma di buona parte delle mie eco-fatiche precedenti; mi sto rendendo conto che sarebbe dovuto essere il punto da cui partire, ma se non avessi intrapreso questo percorso undici mesi fa, mi sarei trovata disarmata di fronte alla prospettiva di rinunciare al mio spazio e a tutto quello che ne consegue.
Un anno fa ero morbosamente attaccata alle mie cose, alla mia casa, alle mie abitudini e a quella che definivo la mia indipendenza. Prima di intraprendere le mie eco-fatiche, sognavo di trasferirmi in una casa ancora più grande di quella in cui abitavo, possibilmente con giardino; per un periodo ho addirittura creduto che costruire una casetta in campagna fosse la risposta ai miei bisogni.

Non vorrei apparire come un’invasata ecologista convinta che trasferirsi in 30 metri quadrati sia cool perché si disturba meno il pianeta terra occupando poco spazio; la verità è che traslocare è stressante come poche cose al mondo, fare un decluttering selvaggio come sto facendo io lo è ancora di più, ma io sono fatta così, ho uno spirito di adattamento molto marcato e tendo a vedere il lato positivo di ogni rinuncia, trasformandola in un’occasione per mettermi in discussione: ce la farò anche questa volta?

 

Oggi ricorre la giornata mondiale dell’acqua; è come sempre una coincidenza che io abbia scelto di non sprecare acqua proprio durante questo mese. Se fossi una persona diligente, dopo aver affrontato la questione cucina, vi avrei stupito con i miei calcoli sul consumo di acqua in bagno, ma non ho avuto tempo e modo di effettuare le misurazioni (sto traslocando, vi ricordate?), quindi ho deciso di affrontare un aspetto relativo sempre alla cucina che la volta scorsa avevo tralasciato: il cibo. Sì perché uno pensa che l’acqua consumata sia solo quella che vede scendere dai rubinetti di casa, e invece no.

L’acqua che più si spreca è quella che viene consumata per produrre quello che mangiamo. Copio dalla rete qualche dato: “per produrre l’alimentazione giornaliera di una persona occorrono da 2.000 a 5.000 litri d’acqua. E’ dunque il fabbisogno di cibo che genera la carenza idrica. La terra deve sfamare sette miliardi di persone, cifra destinata ad aumentare a nove miliardi entro il 2050.” E, dato che solo due giorni fa, c’è stata un’altra ricorrenza, il Meat out day, copio anche questo: “occorrono intorno ai 1.500 litri di acqua per produrre un chilo di grano, ne servono dieci volte tanto per produrre un chilo di manzo”. Dieci volte tanto, significa quindicimila litri d’acqua. Quindicimila. Se è vero che anche l’agricoltura dovrebbe impegnarsi e consumare meno acqua (1.500 litri non sono pochi), è vero anche che noi possiamo fare qualcosa di concreto prima che qualcun altro si muova al posto nostro: smettere di mangiare carne. Insomma, se non volete farlo per l’etica, se non volete farlo per la salute, fatelo almeno per l’ambiente. No?

Non è solo l’alimentazione ad incidere sul consumo d’acqua; l’acqua si spreca per produrre qualunque cosa consumiamo: vestiti, scarpe, libri, scommetto anche cosmetici e saponi. Quindi vi invito a venire a Fa’ la cosa giusta il 30 marzo e 1° aprile ad imparare a fare qualche cosmetico facile facile durante uno dei miei laboratori (la partecipazione è libera e gratuita). È vero, si spreca acqua anche per produrre le materie prime, ma almeno risparmiamo sul prodotto finito, che dite?

 

Per facilitare il compito relativo alle misurazioni dell’acqua che utilizzo ho deciso di occuparmi di una stanza alla volta; la prima fortunata è la cucina e ho calcolato quanta acqua consumo in media per lavare i piatti. Per riuscire nell’impresa mi è tornata utile una vaschetta che avevo acquistato diverso tempo fa; l’avevo comprata perché il tappo del mio lavandino non tiene e dopo averlo sostituito un paio di volte senza successo, mi sono stancata e sono passata alle maniere forti. Ne ho misurato la capacità (circa dieci litri), ho messo a bagno in acqua molto calda le stoviglie nella vaschetta semi colma e, una volta svuotata, l’ho utilizzata per misurare l’acqua necessaria al risciacquo con acqua fredda. Per due coperti (una pentola, una padella, due piatti, due posate a testa, due bicchieri e varie tazzine accumulate durante il giorno) e chiudendo il rubinetto ogni volta che riponevo una stoviglia risciacquata, ho consumato all’incirca venti litri d’acqua, di cui tre riciclati dalla precedente cottura della pasta. Un dato altino, ma ben lontano dai cento litri che la pubblicità ci comunica per farci credere necessario l’acquisto di una lavastoviglie. Avrei voluto ripetere la misurazione fingendo di dimenticare di chiudere il miscelatore tra una stoviglia e l’altra, ma mi sembrava uno spreco insensato.

Sempre in cucina, ho collocato una brocca sotto il rubinetto per misurare l’acqua che consumo quando ad esempio risciacquo un bicchiere o mi lavo le mani e ho calcolato che oltre al normale lavaggio dei piatti, spreco altri tre litri al giorno. Il fatto di raccoglierli nella caraffa permette però il riciclo dell’acqua, che può essere utilizzata per lavare i piatti, abbattendo di altri tre litri i venti iniziali. Totale: se si ricicla un po’ d’acqua e se si è veloci nel lavaggio, non si usano cento litri d’acqua per un lavaggio a mano ma venti, di cui almeno sei possono essere riciclati da utilizzi precedenti. Nulla vieta poi di riciclate anche l’acqua di risciacquo (che altro non è che acqua e detersivo) per lavare i fornelli o il lavandino, giusto per dare un senso a quei poveri dieci litri d’acqua prima di farli scivolare via nello scarico.

C’è poi l’acqua che si utilizza per la cottura delle verdure a vapore (io non lesso le verdure, perché la mia mamma mi ha insegnato che poi le vitamine si perdono nell’acqua, ma vale lo stesso principio anche se le lessate). Cuocendo in questo modo uso circa due litri d’acqua. Questi due litri probabilmente non conterranno vitamine e sali minerali, anche se ne dubito, ma sono comunque due litri d’acqua che si possono riutilizzare per bagnare le piante (previo raffreddamento, ovviamente). Si può riciclare allo stesso modo l’acqua di cottura delle uova sode, se le mangiate.

Infine, c’è l’acqua che si usa per cucinare, per fare il tè, il caffè, eccetera: ne uso poco meno di un litro al giorno. Un trucco per non sprecare nemmeno una goccia quando si fa il tè è quello di riempire prima la tazza, poi versare il contenuto della tazza nel pentolino o nel bollitore. In questo modo si evita di mettere a bollire più acqua del dovuto. Si tratta di piccoli accorgimenti che fanno risparmiare acqua (e soldi, dato che la paghiamo, anche se poco) e che non costano davvero nulla, bisogna solo abituarsi. A conti fatti, ipotizzando che si lavino i piatti a mano due volte al giorno (ma in genere una famiglia tipo li lava una volta al giorno) e che si lasci scorrere l’acqua per gli usi più disparati, ponendo un minimo di attenzione in cucina si consumano meno di 50 litri d’acqua al giorno. Sarà troppo?

Nei giorni scorsi sono stata combattuta nel decidere quale eco-fatica affrontare e alla fine ho optato per un’eco-fatica apparentemente soft, da poter portare a termine mentre affronto il trasloco,  ma temo mi riserverà delle brutte sorprese: cercherò di non sprecare acqua.

Ho letto che mediamente un italiano consuma dai duecento ai duecentocinquanta litri d’acqua al giorno per le necessità domestiche e sono rimasta a bocca aperta di fronte a questi numeri enormi. Ovviamente la prima cosa che ho pensato è stata “no, io no, io consumerò al massimo dieci litri di acqua al giorno”. Il secondo pensiero è arrivato spontaneo: come faccio a sapere quanta acqua consumo? La risposta sembrerebbe semplice, poiché basterebbe misurare l’acqua che si utilizza. Come si fa però a sapere quanta acqua si usa per la doccia? E per la lavatrice?
Ho cercato dei dati per riuscire ad effettuare queste misurazioni (l’ho detto che sembrava un’eco-fatica soft ma che in realtà non lo sarà) così da rendermi conto di quanta acqua scende dai miei rubinetti e di cosa potrei fare per evitare di sprecarne così tanti litri al giorno. Sul sito di altroconsumo è possibile effettuare un veloce test per calcolare i metri cubi d’acqua consumati in un anno: il mio risultato è stato di 35 metri cubi annui, pari a 96 litri al giorno.

Indagando un po’ più a fondo ho però scoperto dei dati molto meno rosei: ad esempio, a seconda della classe energetica, una lavatrice consuma tra i 150 e i 170 litri per ogni ciclo di lavaggio completo a 90 gradi mentre con un lavaggio a 30 gradi il consumo scende a 60 litri se la lavatrice è di classe A come la mia. Per quanto riguarda i rubinetti, tempo fa ho installato dei filtri che permettono di risparmiare acqua e il foglietto allegato al kit dichiara che da allora dai miei rubinetti scendono 9 litri di acqua al minuto, anziché 22; questo significa che in cinque minuti (il tempo di una doccia, se si fa in fretta), consumo 45 litri d’acqua.

Ricapitolando: se durante una giornata faccio una doccia veloce e lavo i miei abiti, ho consumato già 105 litri d’acqua. Se sommo il lavaggio dei piatti, quello dei denti e delle mani, l’acqua che bevo, quella che do alle piante eccetera, non sembra difficile arrivare al dato sconcertante di 200/250 litri d’acqua, anche se senza calcoli precisi mi risulta complicato quantificare. C’è chi ad esempio sostiene che per lavare i piatti a mano si consumino fino a 100 litri di acqua, ma c’è anche chi ha verificato che in realtà se ne consumano sei; se poi per lavare le stoviglie si ricicla l’acqua di cottura della pasta, il consumo cala ulteriormente.
Non resta che passare all’azione e, armata di pazienza, misurare nel modo più accurato possibile quanti litri d’acqua uso e quanti litri potrei risparmiare.

Da diverso tempo leggo minimo blog ed è lì che ho scoperto il minimalismo e il decluttering. Qualche mese fa, leggendo questo post, ricordo di aver pensato a come sarebbe stata la mia vita in una casa più piccola, a quali oggetti e mobili possono essere considerati indispensabili, a cosa avrei potuto eliminare o meno. Io sono un’accumulatrice, una che non butta via nulla, una che si attacca alle cose come una calamita: il risultato sono ottanta metri quadrati di delirio, casa mia.

Durante il mese del decluttering ho eliminato solo la cyclette e qualche sacco di vestiti; il resto è ancora tutto qui, a ricordarmi che non sono per nulla minimalista, anzi. Io creo confusione appena mi muovo, accatasto oggetti e abiti ovunque, sono disordinata e disorganizzata e non so trovare un posto per ogni cosa di modo da avere ogni cosa al suo posto.
Molto probabilmente le cose cambieranno a breve perché – è quasi ufficiale – ci trasferiremo in un mini appartamento di poco più di trenta metri quadri. Il motivo di questa scelta, della rinuncia a circa cinquanta metri quadrati di spazio, cose e vita, è semplicissimo: risparmiare. Risparmiare sull’affitto, sulle bollette e anche sulla benzina, dato che la futura casetta si trova in una città e non più in un paesello di provincia, il che si traduce nell’utilizzare poco o niente l’auto, forse addirittura non possederne nemmeno una; abbiamo messo in vendita quella di Matteo e sospeso l’assicurazione della mia, che giace in un box in attesa di sentenza.

Avere così tanto spazio in meno mi costringerà ad eliminare più della metà delle cose che possiedo e tenere solo ciò che mi serve realmente e non vi nascondo che queste ultime due settimane sono state davvero complicate. L’errore numero uno che sto commettendo è quello di cercare di far entrare tutto – ma proprio tutto – in meno della metà dello spazio. Rendersi conto che il tuo mobile preferito non trova posto da nessuna parte, che dovrai rinunciare alla tua collezione di bicchieri, che non si può avere una libreria, è molto più difficile di quanto possa sembrare e quindi sto delirando su soluzioni estreme tipo: “e se mettessimo la scrivania contro la libreria?” (rendendo inaccessibili i libri, ovviamente) oppure “e se il divano lo sistemassimo sotto la finestra?” (così che la finestra non possa mai più essere aperta) e così via. I miei progetti da arredatrice prevedono una casa invivibile, colma di mobili e oggetti e senza spazio per muoversi. Dovrei entrare nell’ottica del minimalismo e concentrarmi sull’utilità reale delle cose, ma non è come dirlo.

Per il momento abbiamo venduto la Wii e regalato qualche scatola di utensili da cucina doppi o addirittura tripli. La cucina ha bisogno di altri due o tre giri di decluttering, poi sarà la volta degli armadi, delle scarpiere, delle librerie ed infine dei mobili stessi. Quando avrò finito la mia opera di sfoltimento, credo che conterò ciò che è rimasto; arriverò anch’io a possedere solo 100 cose?