slowEcco finalmente la seconda e ultima parte dell’intervista di Cinzia (qui la prima parte per chi se la fosse persa) che ha risposto ad altre domande che le ho fatto riguardo alla sua decisione di mollare il lavoro in banca. Per dedicarsi a cosa? C’è un progetto dietro alla sua decisione o è stata frutto di un momento di follia? Di seguito le sue risposte.

Altra ragione che mi ha spinto a lasciare: vorrei aprire una mia attività, come l’ho sognata da tanto tempo e come non ho mai avuto il coraggio di realizzare. Ho visto questa opportunità come un “segno” e un incoraggiamento, cui non dire più un altro no. Insomma, più che un attimo di pazzia è una scelta che si è andata formando nel tempo e che a tempo debito è stata presa definitivamente.

Parenti e amici come hanno preso la tua decisione?
La decisione finale di lasciare è stata mia, ma la forza di prenderla e la certezza di fare la scelta giusta sono arrivate grazie al sostegno di mio marito, con il quale ho passato tante sere a fare e rivedere conti delle necessità economiche della famiglia, a elencare e valutare pro e contro, a immaginare una vita senza lavoro mio (nota: per quanto accurata potesse essere l’ immagine che ci eravamo creati, è comunque molto diversa e distante da quello che è attualmente, in positivo e in negativo). Da lui ho imparato (quasi…, lui è molto più bravo di me in questo) negli anni vissuti insieme, a prendere una decisione e a smettere di guardare a quel che avrebbe potuto essere se ne avessi presa un’altra; ho imparato l’ importanza di muoversi per fare sì che la decisione presa sia o diventi quella giusta (anche con aggiustamenti di rotta: certezza non significa inflessibilità).

Il resto della nostra famiglia (genitori miei e del marito, sorella, zii vari, figli anche) e degli amici, l’ha saputo a cose praticamente fatte e, più o meno silenziosamente, si è adeguato. In più, sto coinvolgendo tutti nel mio nuovo progetto: dai nonni che ci aiuteranno ancora nella gestione dei bambini, alla cognata bravissima e appassionata fotografa che mi aiuterà con le immagini per l’ e-shop che voglio lanciare, agli amici che fanno pubblicità e danno sostegno, al marito che profonde pazienza e pungoli, ma soprattutto è sempre accanto a me.

Com’è cambiata la tua routine?
Le prime settimane dopo le dimissioni sono servite a scrollare l’ idea di “sono in vacanza a tempo indeterminato” e ad organizzare una nuova routine, oltre che a perdere l’ansia e la fretta con cui facevo tutto mentre ero ancora dipendente: adesso, con orgoglio, faccio la spesa camminando tra le corsie del supermercato, non corro più come se avessi una formula uno invece del carrello da spingere – e non è stato facile. Un paio di settimane per riposare e staccare completamente con la vita “di prima”, poi progetti e organizzazione per l’adesso e per il futuro.

Al mattino posso accompagnare i bambini a scuola e asilo (cosa che facevo di rado prima e solo quando marito o nonni non potevano), e fermarmi 5 minuti con maestre, altri genitori o nonni a fare due chiacchiere (incredibile quanto ne sappiano più di me sui miei figli e su quello che amano o no: queste scoperte sono decisamente tra i pro). Per non disperdere energie, al rientro lavoro al mio progetto dalle 9 alle 13, facendo finta che il resto non esista (casa in disordine, cestone del bucato pieno, i panni già lavati da stirare, spesa, pasti… chiunque si occupi di una casa e una famiglia ha idea di che cosa sto parlando) e questo distacco è la parte più difficile da raggiungere (5 minuti, dai, attacco la lavatrice, due minuti, dai, lavo le tazze della colazione, un attimo solo, leggo due cavolate su FB: all’ improvviso è finita la giornata e anche il tempo per lavorare!).

Alle 13 pranzo, poi fino alle 16 mi occupo di quello che avevo finto non esistesse in casa. Recupero bimbi da scuola e asilo alle 16:30, pomeriggio con loro: finalmente mi raccontano come passano le giornate, le scoperte o le preoccupazioni (prima, gli ascoltatori erano i nonni, la zia, per ultimi mamma e papà che arrivavano alla sera e spesso non sentivano nulla: a quel punto, i bambini erano stufi di raccontare), ho meno remore quando li devo riprendere, possiamo progettare insieme attività extra-scolastiche (il grande che ha 7 anni ha espresso il desiderio di tirare con l’arco; il piccolo, di 4, vorrebbe sempre imitare il fratello, ma lo stiamo indirizzando verso altri interessi; piscina per tutti -anche per me, sia mai che alla soglia dei 40 anni riesca a imparare a nuotare!). Avendo gestito le necessità casalinghe durante la settimana lavorativa, sabato e domenica sono tempo insieme e non gli unici due giorni in cui poter concentrare i “doveri”, ma in cui trovano posto i “piaceri” e gli hobbies, e le idee anche un po’ folli (mio marito, consulente informatico, è diventato carpentiere e ha costruito un arco in carton-gesso tra sala e cucina praticamente perfetto).

La nostra vita ha (un po’) rallentato e ne ha guadagnato (per me, sicuramente). Certo, dobbiamo stare più attenti ai soldi che entrano ed escono (ma sono diminuite anche le spese fisse legate ad un lavoro a Milano). Abbiamo guadagnato tempo (importantissimo, è la base per tutto), idee, condivisione, energia, vitalità. Sono fortunata, perché tutto questo è stata una scelta, non un imposizione improvvisa (a chi perde il lavoro, e già prima aveva tagliato tutto il tagliabile dalle spese, posso solo dire che capisco perfettamente in quale situazione si trovino, per mio vissuto precedente). Sono fortunata anche perché, figlia di un operaio e di una casalinga, cresciuta in un appartamento di 45 mq in affitto, ho passato una vita a non sentire la mancanza di nulla perché avevo quello che era fondamentale (attenzione, affetto, fiducia, esempi): soldi in meno significa adattarsi alle circostanze, non rinunciare alla propria vita e al proprio futuro. Sono fortunata, perché ho un compagno che mi mostra ogni giorno l’ importanza e gli effetti della tenacia uniti al coraggio e al supporto incondizionato (ma non cieco) di chi ci ama, che ogni giorno mi ricorda di non dire “spero che” ma “quando” realizzerò i miei progetti. Sono fortunata perché ho la possibilità di trasmettere valori, non eredità materiali, a due esseri umani in divenire.

Paure? Ripensamenti?
Certo, alla fine del mese mi prende tremarella quando non vedo più lo stipendio sul conto. Tutti mi guardano come fossi pazza quando racconto di essermi dimessa, soprattutto in un contesto economico così precario. Chi conta veramente nella mia vita però mi sostiene e mi incoraggia, e questo mi fa capire che è il modo in cui affrontiamo la vita, non il lavoro che facciamo, a definire veramente chi siamo e quali tracce lasceremo. In più, lavoro a maglia e uncinetto: un gomitolo e due ferri e un’ oretta di lavoro, alleviano qualsiasi stress e paura, provare per credere!

Cos’altro aggiungere? Io direi nulla, se non un grande in bocca al lupo a Cinzia, e voi?

Vi ricordate il mio ultimo post? Vi avevo raccontato, tra le altre cose, di quel giorno funesto in cui la lavatrice ha deciso di allagarmi casa. Ebbene, quell’episodio mi serve da spunto per quello che sto per scrivere.
Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in tante storie e personaggi legati alla decrescita e ho saputo che perfino la televisione ha deciso di occuparsi di questo tema e, sebbene io non abbia visto i programmi in questione, quando qualcosa approda in TV mi domando: come mai ne parlano in televisione?

Il concetto di decrescita non è nato in risposta alla crisi economica ma si è sviluppato (molto prima della crisi) perché ci si è accorti che all’aumentare del reddito non corrispondeva in assoluto un aumento del benessere; peccato che ora stiano cercando di propinarlo a chiunque proprio come mezzo per sopravvivere alle proprie difficoltà economiche. Come dire “Non c’è lavoro, non sai come arrivare a fine mese? Decresci, arrangiati, coltiva l’orto, consuma meno, trova una soluzione da solo”.

Avete letto di Giulia e Piero, la coppia ipotetica di qualche giorno fa? Ci sono otto milioni di persone nella loro situazione in Italia, secondo l’ISTAT. Ha senso dire loro che devono arrangiarsi? Ha senso consigliargli di cercarsi una casetta in campagna, coltivare l’orto e smettere di dare fastidio? È responsabile fargli notare che si può vivere con meno e che non è necessario che pretendano chissà cosa?

Non ha senso. La decrescita felice è una decrescita volontaria, così come il downshifting è la decisione volontaria di lavorare meno, non di fare la fame perché si è perso il lavoro. Un conto è la consapevolezza che molto lavoro, molto denaro, molte comodità (casa enorme, televisore gigantesco, consumi sproporzionati, automobile simil-nave da crociera) non facciano in assoluto la felicità; un altro conto è dire che nella miseria la felicità è assicurata e se sei in difficoltà economiche aiutati che il ciel t’aiuta.

Ecco perché la TV improvvisamente decide di trattare un tema che dieci anni fa poteva risultare scomodo: perché oggi gli fa molto comodo. Questa però a mio avviso non è decrescita felice; è decrescita forzata e non può, non deve essere la risposta alle famiglie in difficoltà.
Che decrescere abbia l’effetto collaterale di far risparmiare denaro può essere vero, ma di effetto collaterale si tratta, non del fine.
Esiste una responsabilità verso chi non arriva a fine mese, una responsabilità che ricade su ognuno di noi, oltre che su chi ci governa.

Non possiamo stare in silenzio, non alzare la voce, non fare niente come abbiamo fatto negli ultimi anni (troppi); non so se ve ne siete accorti, ma per dirne una ci hanno tolto qualsiasi straccio di diritto sul lavoro da sotto al naso senza che nessuno di noi alzasse un dito per fermarli.
Dove eravamo? Probabilmente davanti alla TV a credere all’ennesimo politico di turno che ci prometteva meno tasse (la maggioranza del paese gli ha creduto e ora stiamo pagando la loro illusione) così come oggi siamo davanti alla TV a credere che vivere con poco si può, che siamo noi scemi a non aver pensato che bastasse coltivare pomodori per essere felici.

Settembre è stato il mese “senza superfluo“, in cui mi sarei dovuta dedicare al decluttering; fatica che si è arenata per mancanza di tempo ed eccesso di pigrizia, dico io, ma forse non si è trattato solo di questo. La premessa per dirvi che prima di passare all’eco-fatica di novembre, ho ripreso in mano quella di due mesi fa e in soli quattro giorni ho recuperato il tempo perduto.
Giusto per dimostrare che non sono una ciarlatana, ecco le prove:
– ho messo in vendita stepper, cyclette, un cellulare che non utilizzo e la macchina del caffè (devo ancora pubblicare l’annuncio per un Netbook, ma prometto di farlo);
– ho ripreso la mia attività su Zerorelativo e ho aggiornato la mia pagina con i vestiti in esubero, lo spazzolino elettrico eccetera;
– mi sono iscritta a Reoose, un nuovo sito dedicato al baratto, nel caso non trovassi interessati alla mia mercanzia su Zerorelativo.
Inoltre io e Matteo ci siamo finalmente decisi e abbiamo messo in vendita una delle nostre due auto, ma questo non ho modo di provarlo.

Dicevo, non credo che l’abbandono quasi totale di questa eco-fatica sia dipesa semplicemente da questioni pratiche e logistiche; penso invece che il vero motivo sia il mio solito attaccamento alle cose, che in qualche modo mi danno sicurezza, perché sono lì, sono mie, come dei vecchi amici che non senti da anni ma sai che se c’è bisogno puoi contare su di loro. Le cose sono investimenti sulla propria paura di non avere; un cellulare può aspettare il suo momento di gloria per anni chiuso in un cassetto nel caso si rompesse l’altro, quello che usiamo ogni giorno. Accumuliamo oggetti, anche doppi, tripli, ché non si sa mai. Abbiamo tanto, troppo, per non doverci mai trovare a dire “non ho più niente”; non ho mai sentito nessuno dire “non sono più niente”, che sarebbe di gran lunga peggio, ma la nostra paura principale sembra essere il non possedere, come se fossimo quello che abbiamo. E in effetti ce l’hanno messa tutta per far sì che ci identificassimo con i nostri averi; pochissimi giorni fa ho sentito alla radio una pubblicità di un’auto che recita:
le impronte digitali non indicano chi siamo veramente, il DNA non fa capire perché siamo diversi gli uni dagli altri, il timbro della voce non dice nulla sulla nostra identità, perché ciò che ci rende davvero unici sono le nostre scelte.

Quindi quello che scegliamo di comprare è ciò che ci rende unici? Sembrerebbe di sì, considerando anche il delirio che è successo una settimana fa a Roma, per l’apertura di un nuovo punto vendita Trony: nonostante la crisi che stiamo vivendo, migliaia di persone hanno preso d’assalto il negozio per accaparrarsi oggetti indispensabili tra cui iPhone, iPod Touch e Playstation.

Probabilmente in questo periodo, mentre la barca sta inesorabilmente affondando, siamo ancora più stretti al nostro bagaglio che non sarà mai abbastanza grande da tenerci a galla, senza considerare che sono stati proprio i nostri pesanti bagagli a farci affondare.