Per facilitare il compito relativo alle misurazioni dell’acqua che utilizzo ho deciso di occuparmi di una stanza alla volta; la prima fortunata è la cucina e ho calcolato quanta acqua consumo in media per lavare i piatti. Per riuscire nell’impresa mi è tornata utile una vaschetta che avevo acquistato diverso tempo fa; l’avevo comprata perché il tappo del mio lavandino non tiene e dopo averlo sostituito un paio di volte senza successo, mi sono stancata e sono passata alle maniere forti. Ne ho misurato la capacità (circa dieci litri), ho messo a bagno in acqua molto calda le stoviglie nella vaschetta semi colma e, una volta svuotata, l’ho utilizzata per misurare l’acqua necessaria al risciacquo con acqua fredda. Per due coperti (una pentola, una padella, due piatti, due posate a testa, due bicchieri e varie tazzine accumulate durante il giorno) e chiudendo il rubinetto ogni volta che riponevo una stoviglia risciacquata, ho consumato all’incirca venti litri d’acqua, di cui tre riciclati dalla precedente cottura della pasta. Un dato altino, ma ben lontano dai cento litri che la pubblicità ci comunica per farci credere necessario l’acquisto di una lavastoviglie. Avrei voluto ripetere la misurazione fingendo di dimenticare di chiudere il miscelatore tra una stoviglia e l’altra, ma mi sembrava uno spreco insensato.

Sempre in cucina, ho collocato una brocca sotto il rubinetto per misurare l’acqua che consumo quando ad esempio risciacquo un bicchiere o mi lavo le mani e ho calcolato che oltre al normale lavaggio dei piatti, spreco altri tre litri al giorno. Il fatto di raccoglierli nella caraffa permette però il riciclo dell’acqua, che può essere utilizzata per lavare i piatti, abbattendo di altri tre litri i venti iniziali. Totale: se si ricicla un po’ d’acqua e se si è veloci nel lavaggio, non si usano cento litri d’acqua per un lavaggio a mano ma venti, di cui almeno sei possono essere riciclati da utilizzi precedenti. Nulla vieta poi di riciclate anche l’acqua di risciacquo (che altro non è che acqua e detersivo) per lavare i fornelli o il lavandino, giusto per dare un senso a quei poveri dieci litri d’acqua prima di farli scivolare via nello scarico.

C’è poi l’acqua che si utilizza per la cottura delle verdure a vapore (io non lesso le verdure, perché la mia mamma mi ha insegnato che poi le vitamine si perdono nell’acqua, ma vale lo stesso principio anche se le lessate). Cuocendo in questo modo uso circa due litri d’acqua. Questi due litri probabilmente non conterranno vitamine e sali minerali, anche se ne dubito, ma sono comunque due litri d’acqua che si possono riutilizzare per bagnare le piante (previo raffreddamento, ovviamente). Si può riciclare allo stesso modo l’acqua di cottura delle uova sode, se le mangiate.

Infine, c’è l’acqua che si usa per cucinare, per fare il tè, il caffè, eccetera: ne uso poco meno di un litro al giorno. Un trucco per non sprecare nemmeno una goccia quando si fa il tè è quello di riempire prima la tazza, poi versare il contenuto della tazza nel pentolino o nel bollitore. In questo modo si evita di mettere a bollire più acqua del dovuto. Si tratta di piccoli accorgimenti che fanno risparmiare acqua (e soldi, dato che la paghiamo, anche se poco) e che non costano davvero nulla, bisogna solo abituarsi. A conti fatti, ipotizzando che si lavino i piatti a mano due volte al giorno (ma in genere una famiglia tipo li lava una volta al giorno) e che si lasci scorrere l’acqua per gli usi più disparati, ponendo un minimo di attenzione in cucina si consumano meno di 50 litri d’acqua al giorno. Sarà troppo?