Il decluttering procede a rilento, causa impegni di lavoro che hanno assorbito tutto il mio tempo e le mie energie, tanto che anche qui sul blog si sono formate le ragnatele durante la mia assenza. Idealmente ho compiuto un decluttering selvaggio, ma nella pratica è tutto come prima: ho sistemato armadio e cassettiera, ma cyclette e stepper sono ancora lì in attesa di essere portati a Mercatopoli o messi in vendita su Ebay.

Non ho ancora messo mano alle altre stanze, dove pullulano cose di cui dovrei liberarmi. Ad esempio in bagno ci sarebbe quello spazzolino elettrico in cerca di casa, una casa che non sia la mia; acquistato in un momento di shopping compulsivo, sono poi tornata a quello manuale, che non consuma elettricità e che – diciamolo – assolve alla grande il suo compito (il mio dentista ha confermato). Vogliamo parlare dell’arricciacapelli? Ottenuto in baratto su Zerorelativo e utilizzato sì e no due volte in svariati mesi.

La cucina poi è il regno del superfluo e degli elettrodomestici doppi, come il tostapane e la piastra, oppure il tritatutto e il robot da cucina. Perché ho comprato la Mokona, quando il caffé posso farlo con la caffettiera? Perché ho uno spremiagrumi manuale e uno elettrico? Forse perché sono una buona consumatrice: compro, compro, compro. Ma se non guardo la TV e non leggo riviste farcite di pubblicità, com’è possibile che io sia diventata una buona consumatrice? Semplice, perché esistono buoni venditori. I primi buoni venditori sono gli amici e i conoscenti, che improvvisano delle vere e proprie televendite dei prodotti che hanno appena acquistato, nemmeno li pagassero per attirare nuovi clienti. Il famoso passaparola, che ti fa sentire in una specie di Truman Show, una vita sponsorizzata.

Poi ci sono i venditori veri, quelli che si palesano quando meno te l’aspetti. Vi faccio un esempio. Da un po’ di tempo l’auto di Matteo ha iniziato a fischiare in modo anomalo; noi – da bravi pigri – l’abbiamo abbandonata nel parcheggio e siamo passati alla Smart, che giaceva inutilizzata da qualche mese (perché sempre da bravi pigri, non l’abbiamo mai fotografata e messa in vendita).
Due giorni fa abbiamo preso coraggio e accompagnato la Peugeot di Matteo dal meccanico: frizione da rifare, circa mille euro di spesa. Diciamo al meccanico che non ce la sentiamo di spendere una cifra del genere su un’auto che vale più o meno il costo della riparazione, meglio tenere la Smart e liberarci dell’altra. Chiediamo cosa dobbiamo fare, se rottamarla o regalarla a qualcuno per i pezzi di ricambio, e lui cosa fa? Ci manda dal venditore; lo fa in modo subdolo con un “venite di qua che vediamo”, quando noi non sappiamo dove sia questo “di qua” e cosa stiamo andando a vedere.
Il venditore insinua in noi il dubbio che la Smart non sia adatta come unica macchina, che va cambiata, si mette a fare conti e infine ci propone l’affare: Smart e Peugeot in cambio di un’altra auto, usata ma quasi nuova, con pochi chilometri, tenuta benissimo, al prezzo di novemilacinquecento euro pagabili in comode rate per cinque lunghi anni. Il venditore è talmente bravo che usciamo di lì quasi convinti che la sua sia la soluzione a tutti i nostri problemi. Solo diverse ore dopo rinsaviamo dal lavaggio del cervello e riflettiamo sul fatto che noi una macchina ce l’abbiamo già, funziona ed è interamente pagata. Perché mai dovremmo accollarci un finanziamento in comode rate per cinque anni quando abbiamo già ciò che ci serve?

Questa è la dura vita di chi cerca di uscire dalla ragnatela del consumo; da una parte ti impegni a liberarti di ciò che non ti serve e dall’altra c’è sempre qualcuno che cerca di far nascere in te nuovi bisogni e farti mettere mano al portafogli per far girare questa economia ferma da anni.