In questi giorni sono veramente troppo impegnata, tra le mie autoproduzioni e la chiusura dell’attività (ebbene sì, chiudiamo la nostra amata Effecinque; ironico come proprio nel mese in cui mi sto impegnando a non buttare via nulla, stia buttando nell’immondizia i miei sogni), però non mi sono dimenticata della mia eco-fatica e anche se non ho più pubblicato nulla, ho pesato la mia spazzatura indifferenziata in queste due settimane. Risultato: mezzo chilo scarso a settimana, lettiera dei gatti inclusa (di segatura). Posso dirmi soddisfatta, dato che fino a pochi mesi fa i miei rifiuti pesavano più o meno il doppio.

Non so di preciso come ho fatto a dimezzare la mia raccolta indifferenziata in otto mesi; credo dipenda da una serie di abitudini che si sono consolidate in questo tempo, prima tra tutte l’eliminazione – o comunque grande riduzione – dell’usa e getta. Inoltre produco da me cosmetici, saponi, liquori, marmellate e altro, quindi molti imballaggi non entrano nemmeno in casa mia e quei pochi che disgraziatamente ci arrivano finiscono riciclati per contenere le varie produzioni o per fare da stampo ai saponi. Spesso salvo innocenti barattoli dalle spazzature altrui, perché comprando pochissime cose confezionate, mi trovo in difficoltà. Mi piacerebbe poter dare altre idee a chi passa di qui, come ha fatto Claudia che ha riciclato le capsule del caffè, facendole diventare delle belle campanelline per l’albero di Natale, ma al momento non ho abbastanza tempo e spazio tra i miei pensieri per dare sfogo alla mia latente creatività.

Spero che la mia eco-fatica non venga vanificata dalla chiusura di Effecinque: abbiamo nella struttura praticamente mezza Ikea e dobbiamo liberare il posto entro fine anno, ce la faremo a vendere tutto? Lo spero vivamente, altrimenti oltre alla tristezza di vedere i nostri sogni infranti, si aggiungerebbe anche il senso di colpa nel dover portare tutto in discarica (no, non ho un box o una cantina e no, non posso affittarne uno). Incrociate le dita per questo decluttering non proprio felice.

PS: la foto è di Matteo.

Ricordo che a metà degli anni novanta, nel piccolo paesello dove abitavo ai tempi, arrivò il primo opuscolo informativo sulla raccolta differenziata, novità delle novità. Il Comune era lieto di annunciare il nuovo servizio di raccolta porta a porta e indicava per filo e per segno dove avremmo dovuto gettare i nostri rifiuti. Così, all’inizio – e per un po’ di tempo prima di prenderci l’abitudine – ogni volta che ci trovavamo tra le mani qualcosa destinato alla spazzatura, controllavamo nella tabella dove andava collocato.

Sono passati circa quindici anni da allora e ormai la raccolta differenziata non dovrebbe più avere misteri, eppure spesso mi trovo ancora in difficoltà. Tanto per cominciare, mi domando se le aziende trovino divertente complicarmi la vita. Ad esempio, perché incollano etichette di carta sulle bottiglie di vetro? Forse trovano comico il fatto che io debba mettere a bagno le bottiglie, staccare l’etichetta, perdere la pazienza e sentirmi in colpa perché una volta rimossa non la posso riciclare. Non basterebbe infilare un cartellino alla bottiglia, facilmente rimovibile e riciclabile? Pare di no.

Parliamo del Tetra Pak. La società che gestisce i rifiuti nel mio comune ha inviato pochi mesi fa una lettera alla cittadinanza in cui faceva sapere che finalmente possiamo buttare il Tetra Pak nella carta, poiché grazie a non so quale accordo, ora questo materiale si può riciclare. Bene, perfetto. Molte aziende però non si limitano al contenitore, fanno di più: ci mettono il tappo di plastica. Grazie azienda, non sai che gioia per me perdere del tempo a staccare quel tappo dal brick.

Poi c’è la categoria dell’imballaggio inutile. Non compro più banane, perché non sono a chilometro zero e non consumo più carne perché sono vegetariana, però ricordo benissimo che entrambe sono vendute in vaschette di polistirolo e ricoperte da pellicola. Se per il macinato arrivo a capire le motivazioni di questa scelta, per le banane mi sfugge. Perché si confezionano le banane? E se anche ci fosse un motivo logico, perché non utilizzano una vaschetta di carta, anziché di polistirolo?  E quel polistirolo, si ricicla o no? Qui ci addentriamo nel difficile mondo delle plastiche, che non sono tutte uguali e non sono tutte riciclabili. Tempo fa ho letto In Italia possiamo riciclare la plastica che rientra nella definizione di imballaggio e che piatti e bicchieri di plastica non possono essere considerati imballaggi, quindi non si possono riciclare. Mi sono scervellata per per trovare una spiegazione, credendo ci fosse qualcuno con un forte interesse economico nel riciclare una cosa sì e una no a seconda della sua definizione e non della sua composizione. In realtà oggi sono finalmente riuscita a parlare con l’esperto dei rifiuti; molto gentile e disponibile, mi ha spiegato che nella plastica si possono conferire solo bottiglie e flaconi, contrassegnati con le sigle PET, PVC e PE. Tutto il resto viene scartato poiché ridurebbe la qualità della plastica ottenuta quindi polistirolo, pellicola, sacchetti e sacchettini, vanno nel secco, indifferenziato. È un peccato – aggiunge l’esperto – un grande spreco. Già, non resta che smettere di comprarla, la plastica non riciclabile (vale anche per i giocattoli dei bambini); e per i sacchetti della frutta al super, come si fa?

Inoltre non tutti gli imballaggi sono di plastica, anzi, per alcuni è quasi impossibile capire di cosa siano fatti. Ad esempio alcuni sacchetti delle crocchette dei gatti, quelli lucidi per intenderci. Li osservo e trovo questo logo, che significa “riciclabile”. Ok, ma riciclabile dove? Vado per esclusione: non è di sicuro carta, non sembra plastica. È forse alluminio? Esistono dei simboli, che se solo venissero utilizzati mi semplificherebbero la vita e saprei come riciclare quel rifiuto. Dato che alla maggior parte delle aziende pesa l’anima stampare un banale simbolino (non esiste nessun accordo o normativa che li obbliga a farlo), non mi resta che optare per una marca che utilizza imballaggi facilmente riconoscibili.

L’esperto della società dei rifiuti mi ha rassicurata anche su altro: ho letto su diversi libri che i cartoni delle pizze non si possono riciclare nella carta, ma lui ha negato. Vanno nella carta, così come le buste per le lettere con la finestrella trasparente. Per quanto riguarda la lettiera dei gatti biodegradabile, una volta tolti i bisogni, si può buttare nell’umido ed è meglio così piuttosto che nel wc, come sospettavo. Aggiungo, per quei pochi che ancora non lo sapessero, che l’olio utilizzato in cucina deve essere raccolto in contenitori e portato alla piazzola ecologica, non va assolutamente versato nel lavandino o nel wc.

 

 

 

Questo mese, come promesso, ho misurato anche la nostra impronta ecologica, oltre ai rifiuti prodotti. Inizio da questi ultimi. A marzo abbiamo buttato via:

Umido 13,3 Kg (+ 8 Kg)
Vetro e lattine 5 Kg
Lettiera in pellet 3,7 Kg (-2,3 Kg)
Indifferenziata 1,2 Kg (- 4,8 Kg)
Carta 1 Kg (- 4 Kg)
Plastica 1 kg (- 0,8 Kg)

Tutto in calo, tranne il vetro, stabile, e l’organico che ha avuto un’impennata dovuta alle tante centrifughe, torte, verdura cruda e cotta che ho preparato e mangiato questo mese. Ne abbiamo consumata circa 40 chili, in due.

È stata abbastanza dura misurare la nostra impronta ecologica per un mese, ricordarsi di pesare tutto, segnare sulla tabella, trovare posto ad ogni cosa. Per alcune spese e consumi non c’è stato nulla da fare, ad esempio i rifiuti indifferenziati non sono misurabili; anche la raccolta differenziata non ha collocazione, eppure immagino che il riciclo abbia comunque un’impronta ecologica.

A marzo, dicevo, abbiamo consumato circa 40 chili di frutta e verdura di stagione, 10 litri tra olio, birra e vino, 4 chili di farina per preparare pizze, torte, focacce, poco caffè, pochi latticini, niente carne (anche se ho inserito le scatolette dei gatti e della cana nella sezione carne di manzo/pollo). Siamo andati al lavoro in macchina, qualche volta in treno, abbiamo fatto il bucato sette volte, abbiamo comprato pochissimo oltre al cibo. Se ci comportassimo ogni mese così, nell’arco di un anno la nostra impronta ecologica sarebbe di 3,31 ettari; 1,66 ettari a testa. L’impronta sostenibile è pari a due ettari per persona, quindi ci siamo. Ovviamente la misurazione, come dicevo anche prima, è sottostimata, poiché non tiene conto di tantissimi beni e servizi di cui ogni giorno usufruiamo; quindi aver ottenuto un valore “nella norma” non ci solleva dall’impegnarci a ridurlo ulteriormente o quantomeno a mantenerlo.

Qualche valutazione: se anziché mangiare 40 chili di frutta e verdura, ne avessimo consumati solo 5 chili e avessimo mangiato 5 chili di carne di manzo e 3 litri di latte e latticini, la nostra impronta sarebbe stata di 4,60 ettari e avremmo superato il pezzetto di terra per noi disponibile; se al posto della cane di manzo avessimo optato per pollo e pesce, saremmo arrivati a 4,70 ettari; 4,80 se avessimo raddoppiato il nostro consumo di caffè (quattro tazzine al giorno anziché due). Se avessimo adottato una dieta totalmente vegana, se non avessimo bevuto caffè e se avessimo scelto solo prodotti locali e biologici (purtroppo non è sempre possibile), avremmo consumato 2,64 ettari, 1,34 a testa. Questo per dire quanto influiscano le nostre scelte, anche quelle apparentemente irrilevanti.

È già passato un mese, da quando ho iniziato a pesare i miei rifiuti; è tempo del primo bilancio. Ecco la classifica di febbraio della mia spazzatura:

Lettiera in pellet 9,7 Kg
Umido 5,3 Kg
Vetro e lattine 5 Kg
Indifferenziata 4,8 Kg
Carta 4 Kg
Plastica 1,8 kg

Ad una prima lettura ero soddisfatta, poi ho moltiplicato i dati per dodici, ho confrontato i risultati con chi ha pesato i propri rifiuti per un anno e mi sono sentita male. Urge un cambiamento che porti alla riduzione dei miei rifiuti. Cosa posso fare? Per la lettiera dei gatti, passerò dal pellet alla segatura, ma è solo un modo per fregare la bilancia, perché in realtà non produrrò meno rifiuti, solo rifiuti più leggeri. Potrei provare la Litter Kwitter ma non me la sento di costringere le mie due povere bestiole ad umanizzarsi. Per l’umido, come ho già detto in un altro post, devo imparare a scartare meno cibo mentre cucino; una buona alternativa sarebbe quella di costruire una compostiera in vista del mio futuro orto sul balcone (i lavori per l’orto inizieranno il prossimo fine settimana), ma devo ancora valutare se ho abbastanza spazio. A proposito di umido, ho imparato che i fazzoletti di carta si buttano lì e non nell’indifferenziata come facevo io, sbagliando. In ogni caso problema risolto, perché sono passata a quelli di stoffa. Tra l’altro ho eliminato quasi tutto l’usa e getta, ad eccezione delle traversine di Laika e della carta assorbente (della quale però ho notevolemente ridotto l’uso). Scendendo nella classifica, le cose si complicano ed entro in circoli viziosi tipo: per ridurre il rifiuto x, potrei consumare meno di questo e più di quello, ma così facendo sposterei  i rifiuti da un bidone all’altro, anziché eliminarli. Credo che l’unico modo per ridurre i propri rifiuti sia ridurre i propri consumi. In ogni caso, l’esperimento continua e staremo a vedere se e quali risultati otterrò il prossimo mese.

Da domani, inizierò un altro esperimento, ben più complicato di questo: cercherò di calcolare l’impronta ecologica della mia famiglia. Pura follia, non so nemmeno se reggerò una settimana, ma ci proverò.

Pochi giorni fa ho contribuito alla mappa della raccolta differenziata di Chi lo avrebbe mai pesato, e così ho scoperto il loro sito e gli intenti di questo gruppo di persone. Per tutto il 2010 hanno pesato pazientemente i loro rifiuti, per provare a ridurli e addirittura ad eliminarli. Vi sembra folle pesare la spazzatura? Sì, anche a me, però questo non mi ha impedito di mettermi alla prova e così, dal 31 gennaio, anch’io peso i miei rifiuti.

Come li peso? Semplice, come si pesano i cuccioli: mi peso prima io, poi mi ripeso col sacco in mano e ricavo il peso della spazzatura.

Perché lo faccio? Spesso buttare via è un gesto meccanico e così lo è anche portare fuori l’immondizia. Pesare la mia spazzatura mi fa rendere conto di quanti rifiuti produco e mi costringe a guardarli, poiché la domanda “ma cosa c’è in questo sacco di così pesante?” mi sorge spontanea. Guardandoli, mi rendo conto di quante cose potrei evitare di gettare con spensieratezza.

Il sacco della plastica se la cava abbastanza bene; bevendo acqua in bottiglie di vetro col vuoto a rendere, non consumando bibite e non usando (quasi) più detersivi, i miei rifiuti sono diminuiti da tempo. Certo, se riuscissi a ridurre ulteriormente imballaggi e flaconi di shampoo e bagnoschiuma sarebbe meglio, ma mi attrezzerò.

Nella carta, di mio c’è veramente poco; vedo soprattutto depliant pubblicitari. Offerte dei vari ipermercati della zona, volantini, giornalini gratuiti locali: ne devono per forza distribuire così tanti?

Nell’umido perdo un po’ di punti, devo imparare a scartare meno cibo quando cucino, a non dimenticare confezioni e avanzi in frigorifero, a comprare il giusto, cioè quello che prevedo di riuscire a mangiare. Forse mi potrebbe aiutare fare la spesa giorno per giorno.

L’indifferenziata va malissimo. Butto via quantità notevoli di fazzoletti di carta, assorbenti, dischetti levatrucco; tutti prodotti ecologici, ma non basta, perché niente viene recuperato una volta finito nel sacco. Cosa posso fare? A tavola utilizzo già i tovaglioli di stoffa, che hanno soppiantato la carta assorbente. Potrei fare lo stesso con i fazzoletti, che sono caduti ingiustamente in disuso a favore dell’usa e getta. Decidermi ad ordinare la mooncup e iniziare a struccarmi con una spugnetta. Poi ci sono le traversine, i sacchettini in plastica e la tanta carta assorbente che utilizzo per la Laika-ratta. I sacchetti potrei sostituirli con quelli in mater-bi, ma il resto? Non ho ancora trovato soluzioni, ma quello sugli animali, è un discorso lungo, rispetto ai rifiuti.

Presto sarà la volta della pesata del vetro e delle relative considerazioni.