L’orto si sta riprendendo, ripeto, l’orto si sta riprendendo. Non si è salvato tutto, quello che è morto è morto (salvia, lattuga, basilico) ma quello che è sopravvissuto sta reagendo bene alle cure. L’intruglio d’aglio e la pozione alla propoli pare abbiano funzionato: non ci sono più tracce di afidi, bruchi e funghi. Un peperoncino è diventato rosso dall’emozione e l’origano è fiorito. Fiera del mio successo, sto riempiendo la casa di piante e piantine, ché non si vive di solo orto.

Avevo già iniziato un annetto fa, copiando un’idea da un catalogo Ikea e oggi la mia parete piantumata è l’angolo della casa che preferisco. Ora però sono entrata in una vera e propria fase di gardening compulsivo unito al riuso e sto piantando verde in ogni recipiente atto a contenere terra e piante. Ho iniziato riutilizzando delle belle tazze sbeccate che attendevano una mia decisione sulla loro sorte al buio in un billy; poi ho preso di mira una casseruola e un pentolino antiaderenti che non antiaderivano più da tempo. Non contenta, sto ragionando su un comodino. Comodino? Esatto, un vecchio e malconcio comodino da seminare, come fanno i ragazzi di “Da morto a orto“; loro recuperano appunto vecchi mobili e li rinverdiscono, nel senso letterale della parola.

Perché non potrei farlo anch’io? Be’, magari perché non so nulla di restauro, non ho una buonissima manualità ed infine non ho un pollice proprio verde, forse verdino; dettagli insomma, che di certo non mi fermeranno. Potrei arenare il mio progetto solo riflettendo sul fatto che, una volta terminato il lavoro, quel comodino non saprei proprio dove metterlo, ma forse anche questo è solo un piccolo particolare.

Mercoledì scorso ho seguito la prima lezione del corso di trasformazione abiti usati. Siamo in cinque, tutte creative – me esclusa – e alcune con una discreta esperienza e dimestichezza col taglio&cucito, sempre me esclusa. Io ho dimostrato tutta la mia ignoranza già in merceria, quando sono andata a procurarmi il minimo indispensabile per poter seguire il corso. Ho scambiato le forbici piccole per forbicine per le unghie (in realtà poi ho scoperto che sono molto utili per scucire e che per questo scopo esiste addirittura un aggeggio apposta, il taglia asole); sono rimasta interdetta alla domanda “ti servono gli aghi da macchina o per cucire a mano?”; ho fatto una figura indegna di fronte ai rocchetti perché ero convinta mi servissero quelli piccoli, che secondo me erano quelli da macchina, anziché quelli grandi, che credevo si utilizzassero solo per cucire a mano. Un genio.

Inutile dire che mentre le altre partecipanti in due ore hanno fatto e disfatto – o meglio, disfatto e poi fatto – io ho concluso poco e niente. Le mie compagne hanno scucito, tagliato, accorciato, stretto, ricucito; io ho scucito un orlo e imbastito due centimetri di stoffa. Voto zero alla mia abilità. Pensare che mia nonna è sarta e che mia madre sa cucire, lavorare a maglia e all’uncinetto, quindi non solo sono cresciuta circondata da stoffe, gomitoli e mani che lavoravano veloci, ma dovrei anche essere avvantaggiata dal patrimonio genetico. Invece sono arrivata a trentun anni rammendando a salsiccia, facendo dei grumi di stoffa tenuti insieme dal filo.

Che invidia ho sempre provato verso le persone abili e creative, capaci di realizzare oggetti fantastici grazie a fantasia e manualità. Io, che il massimo del mio saper fare l’ho espresso con questa terribile collanina, resto incantata davanti ai loro lavori colorati e svaligerei lo shop di Elena Fiore, se non fosse che mi sto limitando negli acquisti catalogati come “non indispensabili”. Questo voto a volte mi risulta stretto, perché spesso la bellezza è necessaria, ma questo è un altro discorso.

Tornando al corso l’insegnante è comunque ottimista, dice che ho una buona manualità (qualcosa devo aver ereditato) e che tutto sta nell’esperienza, oltre che nell’autostima. Spero quindi che venti ore bastino a farmene acquisire almeno un po’, poiché se imparassi a sistemare i vestiti da me, risparmierei prima di tutto soldi, dato che devo far accorciare ogni paio di pantaloni che compro (d’altronde sono tascabile) e anche risorse, perché prima di acquistare qualcosa di nuovo, potrei recuperare quello che ho già.

PS: non mi sono dimenticata di telefonare all’esperto dei rifiuti. Ho chiamato, ma dopo una settimana di ferie ora è in malattia, quindi il segreto dell’indefferenziata non mi è ancora stato svelato.

tuttoNatale è passato: quanti regali poco azzeccati avete ricevuto? Quanti cesti natalizi che rimarranno sigillati fino a Pasqua avete collezionato? Be’, non disperate, non siete costretti a lasciar scadere i panettoni o a chiudere in un cassetto i doni non graditi: potete barattarli per qualcosa che vi serve. Difficile? Non se lo fate in rete!

Zero relativo è una community di scambio, riuso e baratto online che esiste da ben quattro anni e dove si trova di tutto: alimentari, abbigliamento, articoli per bambini, casalinghi, artigianato.  Lo scopo sdi Zero relativo (per gli amici, ZR) è quello di “diffondere nuovi modelli di consumo orientati al benessere sociale e ambientale“.

Una volta iscritti al sito, si possono inserire da subito i propri annunci con foto, descrizione e condizioni di scambio e consegna (per posta, corriere o a mano nella propria città). Oltre a barattare, i beni e i servizi si possono anche regalare o prestare (il trapano o i trasportini per i gatti non servono tutto l’anno, ad esempio). Non è assolutamente ammesso offrire qualcosa in cambio di denaro e non si possono inserire annunci in cui si cerca un oggetto (per quello c’è l’apposita lista dei desideri da compilare). Il servizio è gratuito e gli unici costi da sostenere sono quelli di spedizione.

Se per la spedizione si sceglie il servizio Spedire Web, con poco meno di 7 euro, il corriere passa direttamente a casa vostra, o presso il vostro ufficio, a ritirare il pacco che dovete spedire e a voi non resta altro che aspettare di ricevere quello per cui lo avete scambiato. Per gli oggetti piccoli di solito si opta per la posta prioritaria o raccomandata, che costa meno del corriere. A meno che non si baratti qualcosa di valore, in genere non si scambia un solo oggetto alla volta, ma si fanno delle brevi trattative per arrivare a scambiare più oggetti con la stessa persona (scambi cumulativi o lotti): in questo modo si ammortizzano i costi di spedizione. Un’altra strada per risparmiare è quella di dividere i costi di spedizione con barter della propria zona che devono inviare pacchi alla stessa persona.

Ogni volta che si conclude uno scambio, si lascia un feedback verso il barter con cui si è barattato: questo dà modo agli altri utenti di valutare l’affidabilità e la serietà della persona con cui si vuole intraprendere una trattativa, limitando le possibili fregature.

Sebbene il sito sia online da ben quattro anni, io mi sono iscritta solo un paio di settimane fa, concludendo in pochi giorni la bellezza di cinque scambi: ho liberato la mia casa di oggetti che non utilizzavo più, in cambio di cose che mi servivano. Non solo ho risparmiato denaro, ma ho anche ridotto i rifiuti (prima o poi quello che non usiamo finisce in spazzatura) e ho conosciuto persone interessanti, che hanno di sicuro qualcosa in comune con me! Tutto questo senza muovermi da casa.
Buon baratto!

In genere, a meno che non si baratti qualcosa di valore, non si scambia un solo oggetto alla volta, ma si fanno delle brevi trattative per arrivare a scambiare più oggetti con la stessa persona (scambi cumulativi o lotti): in questo modo si ammortizzano i costi di spedizione. Un’altra strada per risparmiare è quella di dividere i costi di spedizione con barter della propria zona che devono inviare pacchi alla stessa persona.