20150920_133924Qualche giorno fa Laura ha pubblicato sul gruppo Facebook di minimo un post (How to Finally Clean out Your Closet for Good) che mi ha dato l’ispirazione per sfidare il grande mostro: l’armadio.
A dirla tutta, avevo già affrontato il decluttering dell’armadio e ne avevo parlato anche qui sul blog. Il problema è che i vestiti si moltiplicano sui ripiani e nei cassetti del guardaroba e un giorno succede che, aprendo le ante dell’armadio, pare ci sia stata una battaglia tra le magliette: stoffe e tessuti mescolati tra loro, pile di vestiti talmente stropicciati da sembrare stracci per la polvere e un disordine tale da non riuscire a trovare le uniche due cose che indossi di solito.
Davvero non capisco come possa succedere, è un po’ come il mistero del filo degli auricolari che si annoda sempre su se stesso.

Ad ogni modo, ho preso coraggio e mi sono messa al lavoro, seguendo più o meno le istruzioni del post citato sopra. Mi sono presa un pomeriggio, ho acceso la radio (no, non ho fatto una playlist) e ho letteralmente lanciato tutto il contenuto dell’armadio sul letto.
Dopodiché ho iniziato a organizzare tutti i miei vestiti in quattro pile:
> sicuramente da tenere
> sicuramente da buttare
> da regalare
> non sa/non risponde
Ho riempito un sacco con i vestiti da buttare (perché rovinati, strappati senza salvezza, macchiati indelebilmente eccetera) e uno con quelli da regalare, poi mi sono arenata un po’ arrivata alla pila del “non sa/non risponde”; è stata di certo la più difficile da affrontare perché comprendeva quelle cose belle ma scomode, belle ma poco adatte a me, belle ma che non mi stanno più (e se poi dimagrisco?). Non ci ho pensato troppo, sono andata a istinto e ho eliminato tutto ciò che non mi sta (tanto non dimagrisco), tutto ciò che reputo scomodo e buona parte di ciò che non mi si addice perché non so bene con cosa abbinarlo, non ho le scarpe adatte, non sono una che indossa le gonne eccetera. Ho tenuto parte dei vestiti “poco adatti a me”, ma mi sono data un termine di tre mesi: se non li indosserò entro dicembre, se ne andranno anche loro.
Dopo aver rimesso nell’armadio le cose da tenere, ho fotografato tutto ciò che volevo regalare e ho pubblicato un post sul gruppo Facebook “Te lo regalo se vieni a prenderlo”: dopo nemmeno trenta minuti, i miei vestiti avevano già una nuova proprietaria.
Dopo un paio d’ore ero già fuori dal tunnel, il letto era libero e l’armadio era ordinato come non mai.

Il post citato all’inizio propone di vivere con 33 capi per tre mesi, compresi gli accessori ed esclusi biancheria, pigiami e abbigliamento da lavoro/sportivo: oggi, dopo questa ripulita all’armadio, ho 50 capi in tutto, per 12 mesi. Non male, direi.
Sono soddisfatta, non tanto perché ora l’armadio è in ordine e posso trovare i vestiti senza dover perdere tempo prezioso, ma soprattutto perché mi sono accorta che il mio attaccamento agli oggetti è (quasi) un lontano ricordo. Anni fa liberarmi delle cose era molto più difficile e mi richiedeva uno sforzo maggiore mentre oggi vivo il distacco da ciò che possiedo con obiettività, come se fosse scontato che se non so più dove mettere ciò che ho, non mi serve più spazio, mi servono meno cose. Tempo addietro non era così semplice (e semplice semplice non lo è nemmeno ora) perché attribuivo agli oggetti un valore, economico ma non solo, che complicava tutto. Oggi non mi interessa più nemmeno ricavare del denaro da ciò che non mi serve più (regalare richiede meno tempo e energie rispetto alla vendita e, in più, donare mi fa sentire bene).
Detto questo, vedremo quanto durerà questo ordine prima che ricominci la battaglia delle magliette.

 

A settembre avrei voluto scrivere un post di buoni propositi da mettere in pratica a ottobre, che per pigrizia è rimasto nella mia testa senza mai giungere sulle pagine del blog. Rimedio ora e annuncio che a partire da oggi inizierò un decluttering un po’ particolare, quello del cibo e dei chili accumulati.

Tutto ha avuto inizio ad agosto; mentre ero in vacanza ho visto una puntata di “Il cibo ti fa bella” che mi ha dato modo di riflettere sul fatto che i nostri chili di troppo non sono solo un problema estetico, ma anche e soprattutto indice che la nostra alimentazione, e più in generale lo stile di vita che stiamo seguendo, ha qualcosa che non va e ha effetti negativi sulla nostra salute, proporzionali al sovrappeso.
Il peso da smaltire nel mio caso non è molto (fortunatamente) ma ho deciso di prendere in mano la situazione perché so che quando si inizia a ingrassare, non si sa quando ci si fermerà se non si cambia regime.

A settembre poi, ho letto questo articolo su minimo; non sono abituata a pianificare i pasti e non compro sempre e solo quello che riuscirò a mangiare, ma dato che non mi piace sprecare ciò che ho acquistato, lo mangio, anche se è troppo. La conclusione ovvia è che mangiare troppo equivale a sprecare cibo, solo che la spazzatura divento io, anziché il bidone dell’umido, con conseguenze disastrose per la mia linea (e per la mia salute). Dato che lo stomaco è grande quanto un nostro pugno, oltre tale misura quello che ingeriamo è tutto cibo di troppo e se ho eliminato i troppi metri quadrati, i troppi abiti, i troppi oggetti che affollavano la mia casa, non vedo perché non dovrei ridimensionare anche le porzioni di cibo a tavola. Fare decluttering mi ha insegnato a scegliere di tenere poche cose ma buone e voglio applicare lo stesso principio alla mia dieta: meno cibo ma di qualità migliore.

Oltre ad aspettarmi un risultato in termini estetici (da oggi inizio anche la palestra, se non dimagrisco mi girano le balle, chiaramente) voglio sperimentare se davvero il cibo “faccia belle”, se eliminare il superfluo dalla tavola abbia conseguenze sull’umore e sull’energia come succede quando svuotiamo l’armadio, i cassetti e i mobili di casa. Vi terrò aggiornati.

Trasferirmi in una casetta di trenta metri quadri ha richiesto un decluttering senza indugi. Non il decluttering del mese senza superfluo, non il decluttering che normalmente si fa in una casa prendendo di mira un cassetto alla volta, una stanza per mese, no: un decluttering senza esclusione di colpi, di quelli che non lasciano spazio a dubbi, ripensamenti, incertezze. Si fa di necessità virtù, se non si ha tempo da perdere e non si ha spazio per procrastinare, tutto diventa più facile, la lista degli oggetti che non troveranno posto nella nuova casa non perdona. Il mese che ha preceduto il trasferimento è stato tutto un regalare cose accumulate negli anni, dimenticate nei cassetti, dietro le antine, nascoste dalle porte, infilate in fondo all’armadio, sotto il letto, ovunque. Ho vissuto momenti tragici, sommersa da scatoloni, ricordi, un disordine infinito che da fuori mi arrivava alle ossa, ma ripeto, la mancanza di tempo e di spazio mi hanno dato un’enorme spinta a liberarmi del superfluo senza voltarmi indietro.

Per riuscire a capire quali oggetti tenere e quali no, ho seguito più o meno questa logica:
1. stabilire cosa mi serve e cosa mi piace davvero;
2. decidere cosa ci sta nella nuova casa tenendo come priorità ciò che è indispensabile;
3. tenere solo i ricordi non ingombranti (in termini di spazio e di emotività);
4. eliminare tutto il resto.

Se ne sono andati per sempre, tra le tantissime cose: Wii, stepper, Mokona, pale da soffitto, vasi e sottovasi per le piante, stoviglie e utensili vari per la cucina, millemila servizi da caffè, svariati mobili e ben cinque sacchi di vestiti, scarpe e borse destinati alla Caritas. Sono molto soddisfatta di non aver buttato via praticamente nulla, perché il decluttering va benissimo, lo spreco no.
I libri sono momentaneamente parcheggiati in un box in prestito; l’intenzione è quella di donarli alla biblioteca ed ora che il peggio è passato giurin giuretta me ne occuperò. In casa ho tenuto solo i manuali da consultazione, per tutto il resto c’è il Kindle.
Nonostante lo sfoltimento, la mia casetta ha tutto ciò di cui ho bisogno e se volessi proprio essere pignola, potrei rinunciare ancora a qualcosa (per dirne una, mi sono accorta di utilizzare solo un servizio di tazzine, ma ne ho tenuti tre).

Il vantaggio principale di tutto questo decluttering è l’ordine: io, disordinata cronica, per la prima volta nella vita ho “ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa”. Niente che non sappia dove mettere, nulla di cui non sappia cosa fare. Non perdo più tempo a cercare l’unica cosa che mi serve tra mille cose che potrei non avere. Nella vecchia cucina ad esempio c’erano sette cassetti, qui solamente tre: uno è utilizzato come dispensa, l’altro contiene la biancheria pulita, l’ultimo gli utensili. La comodità di cercare in un solo cassetto ciò che serve per cucinare è indescrivibile. Fino a un mese fa dovevo aprire come minimo tre cassetti prima di trovare quel cucchiaio; se la questione si faceva seria arrivavo a rovistare nel quarto, poi nel quinto e così via. La cipolla in padella nel frattempo passava da dorata a bruciata. Ora il cassetto è uno, se quel cucchiaio non è lì, probabilmente non esiste più e me ne faccio una ragione prima che la cipolla bruci. Lo stesso vale per i vestiti: ho un armadio con due ante, se quel vestito non è lì, non è necessario smontare tutta la camera per trovarlo.
Ovviamente l’ordine si traduce poi in pulizie velocissime, tempo per vivere (meglio) la propria casa e il fuori-casa e di conseguenza la sanità mentale che sto riconquistando :)

Da diverso tempo leggo minimo blog ed è lì che ho scoperto il minimalismo e il decluttering. Qualche mese fa, leggendo questo post, ricordo di aver pensato a come sarebbe stata la mia vita in una casa più piccola, a quali oggetti e mobili possono essere considerati indispensabili, a cosa avrei potuto eliminare o meno. Io sono un’accumulatrice, una che non butta via nulla, una che si attacca alle cose come una calamita: il risultato sono ottanta metri quadrati di delirio, casa mia.

Durante il mese del decluttering ho eliminato solo la cyclette e qualche sacco di vestiti; il resto è ancora tutto qui, a ricordarmi che non sono per nulla minimalista, anzi. Io creo confusione appena mi muovo, accatasto oggetti e abiti ovunque, sono disordinata e disorganizzata e non so trovare un posto per ogni cosa di modo da avere ogni cosa al suo posto.
Molto probabilmente le cose cambieranno a breve perché – è quasi ufficiale – ci trasferiremo in un mini appartamento di poco più di trenta metri quadri. Il motivo di questa scelta, della rinuncia a circa cinquanta metri quadrati di spazio, cose e vita, è semplicissimo: risparmiare. Risparmiare sull’affitto, sulle bollette e anche sulla benzina, dato che la futura casetta si trova in una città e non più in un paesello di provincia, il che si traduce nell’utilizzare poco o niente l’auto, forse addirittura non possederne nemmeno una; abbiamo messo in vendita quella di Matteo e sospeso l’assicurazione della mia, che giace in un box in attesa di sentenza.

Avere così tanto spazio in meno mi costringerà ad eliminare più della metà delle cose che possiedo e tenere solo ciò che mi serve realmente e non vi nascondo che queste ultime due settimane sono state davvero complicate. L’errore numero uno che sto commettendo è quello di cercare di far entrare tutto – ma proprio tutto – in meno della metà dello spazio. Rendersi conto che il tuo mobile preferito non trova posto da nessuna parte, che dovrai rinunciare alla tua collezione di bicchieri, che non si può avere una libreria, è molto più difficile di quanto possa sembrare e quindi sto delirando su soluzioni estreme tipo: “e se mettessimo la scrivania contro la libreria?” (rendendo inaccessibili i libri, ovviamente) oppure “e se il divano lo sistemassimo sotto la finestra?” (così che la finestra non possa mai più essere aperta) e così via. I miei progetti da arredatrice prevedono una casa invivibile, colma di mobili e oggetti e senza spazio per muoversi. Dovrei entrare nell’ottica del minimalismo e concentrarmi sull’utilità reale delle cose, ma non è come dirlo.

Per il momento abbiamo venduto la Wii e regalato qualche scatola di utensili da cucina doppi o addirittura tripli. La cucina ha bisogno di altri due o tre giri di decluttering, poi sarà la volta degli armadi, delle scarpiere, delle librerie ed infine dei mobili stessi. Quando avrò finito la mia opera di sfoltimento, credo che conterò ciò che è rimasto; arriverò anch’io a possedere solo 100 cose?

Settembre è stato il mese “senza superfluo“, in cui mi sarei dovuta dedicare al decluttering; fatica che si è arenata per mancanza di tempo ed eccesso di pigrizia, dico io, ma forse non si è trattato solo di questo. La premessa per dirvi che prima di passare all’eco-fatica di novembre, ho ripreso in mano quella di due mesi fa e in soli quattro giorni ho recuperato il tempo perduto.
Giusto per dimostrare che non sono una ciarlatana, ecco le prove:
– ho messo in vendita stepper, cyclette, un cellulare che non utilizzo e la macchina del caffè (devo ancora pubblicare l’annuncio per un Netbook, ma prometto di farlo);
– ho ripreso la mia attività su Zerorelativo e ho aggiornato la mia pagina con i vestiti in esubero, lo spazzolino elettrico eccetera;
– mi sono iscritta a Reoose, un nuovo sito dedicato al baratto, nel caso non trovassi interessati alla mia mercanzia su Zerorelativo.
Inoltre io e Matteo ci siamo finalmente decisi e abbiamo messo in vendita una delle nostre due auto, ma questo non ho modo di provarlo.

Dicevo, non credo che l’abbandono quasi totale di questa eco-fatica sia dipesa semplicemente da questioni pratiche e logistiche; penso invece che il vero motivo sia il mio solito attaccamento alle cose, che in qualche modo mi danno sicurezza, perché sono lì, sono mie, come dei vecchi amici che non senti da anni ma sai che se c’è bisogno puoi contare su di loro. Le cose sono investimenti sulla propria paura di non avere; un cellulare può aspettare il suo momento di gloria per anni chiuso in un cassetto nel caso si rompesse l’altro, quello che usiamo ogni giorno. Accumuliamo oggetti, anche doppi, tripli, ché non si sa mai. Abbiamo tanto, troppo, per non doverci mai trovare a dire “non ho più niente”; non ho mai sentito nessuno dire “non sono più niente”, che sarebbe di gran lunga peggio, ma la nostra paura principale sembra essere il non possedere, come se fossimo quello che abbiamo. E in effetti ce l’hanno messa tutta per far sì che ci identificassimo con i nostri averi; pochissimi giorni fa ho sentito alla radio una pubblicità di un’auto che recita:
le impronte digitali non indicano chi siamo veramente, il DNA non fa capire perché siamo diversi gli uni dagli altri, il timbro della voce non dice nulla sulla nostra identità, perché ciò che ci rende davvero unici sono le nostre scelte.

Quindi quello che scegliamo di comprare è ciò che ci rende unici? Sembrerebbe di sì, considerando anche il delirio che è successo una settimana fa a Roma, per l’apertura di un nuovo punto vendita Trony: nonostante la crisi che stiamo vivendo, migliaia di persone hanno preso d’assalto il negozio per accaparrarsi oggetti indispensabili tra cui iPhone, iPod Touch e Playstation.

Probabilmente in questo periodo, mentre la barca sta inesorabilmente affondando, siamo ancora più stretti al nostro bagaglio che non sarà mai abbastanza grande da tenerci a galla, senza considerare che sono stati proprio i nostri pesanti bagagli a farci affondare.