Si può essere ambientalisti e contemporaneamente fumatori? Sono una fumatrice accanita da quindici anni abbondanti e ho cercato di giustificare e difendere questo mio vizio – che in realtà è una dipendenza – in tutti i modi possibili nel corso di questi anni. Quando qualcuno mi fa notare che il fumo fa male, rispondo che con tutte le schifezze che respiriamo, cosa sarà mai una sigaretta. In realtà siamo tutti a conoscenza (fumatori compresi) dei danni legati al fumo. La sigaretta però non danneggia solo me e chi mi sta intorno, ma anche l’ambiente.

Tanto per cominciare, la coltivazione del tabacco contribuisce al disboscamento; per fare spazio alle piantagioni di tabacco viene tagliato un albero su otto. Per far essiccare le foglie di tabacco ogni anno vengono utilizzati circa 600 milioni di alberi come combustibile. L’OMS sostiene che il 5% del disboscamento totale sia attribuibile alla coltivazione del tabacco, che causa inoltre desertificazione ed inaridisce i terreni in modo irreversibile. Come se ciò non bastasse, i pestidici, fertilizzanti e antiparassitari utilizzati nelle piantagioni di tabacco avvelenano il suolo, l’acqua e gli animali, oltre che l’utilizzatore finale.

Fumando si spreca anche carta: se ne utilizzano sei chilometri ogni ora per produrre sigarette. La maggiorparte del tabacco che fumiamo, non è nemmeno a chilometro zero; l’87 % della produzione è infatti concentrata nei paesi in via di sviluppo dove il tabacco toglie alle popolazioni oltre che terreno, anche acqua.

Pare poi che non sia solo la produzione del tabacco ad inquinare; il fumo stesso aumenta le polveri sottili nell’aria. La rilevazione è stata fatta il 23 aprile scorso dai ricercatori dell’Istituto nazionale dei Tumori a San Siro. Secondo quanto hanno rilevato “la concentrazione di polveri sottili Pm 2,5, emesse anche dalla combustione delle sigarette, era oltre il doppio che fuori dallo stadio, mentre la nicotina era presente in quantità 26 volte superiore”. Ci sono poi da considerare i rifiuti: negli Stati Uniti il 20% dei rifiuti raccolti è composto da mozziconi di sigaretta; se restano nei prati, per strada, sui marciapiedi, sulle spiagge, impiegano più di un anno a degradarsi naturalmente, a meno che non provochino un incendio.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello legato ai diritti umani e animali: nelle produzioni di tabacco lavorano anche bambini, quindi fumando si incentiva il lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo; inoltre la tossicità del fumo – nonostante sia nota – viene testata su cani, topi, scimmie e altri animali, lo sapevate?

Come si fa ad essere ecologisti convinti e continuare a fumare? Non è coerente. Quindi la mia prossima eco-fatica sarà quella di resistere senza sigarette per almeno un mese, ovviamente con l’obiettivo di smettere per sempre. Non è la prima volta, ho già fallito vari tentativi. Diversi anni fa ho smesso per ben sette mesi grazie all’aiuto dei cerotti alla nicotina; ho poi riprovato leggendo (non una, ma due volte) il famoso libro “È facile smettere di fumare se sai come farlo”; una volta ho contato solo sulla mia forza di volontà, evidentemente scarsa. Quello che mi ha motivata fino ad ora (non troppo, a quanto pare) è sempre stata la preoccupazione per la mia salute; chissà che pensando all’ambiente non vada meglio.

Nota: le fonti, oltre a quelle linkate nel post, le trovate su YesLife e Fumo.it.

Venerdì ho avuto il piacere di parlare a lungo con Guido Vaudetto dell’associazione Frigo Free Family e di porgli tutte le mie stupidissime domande sulla vita senza frigorifero. Io, no frigo girl alle prime armi, avevo davvero tanti dubbi da chiarire: ogni quanto fate la spesa? Cosa mangiate? Per quanto tempo si conserva il formaggio? E l’insalata? E come fate senza poter bere birra ghiacciata?

Lui e sua moglie hanno spento il frigo da ben sette anni, lavorano entrambi e mangiano tutto, non sono né vegani né vegetariani; rinunciano solo al latte e al burro d’estate. Acquistano frutta e verdura una volta a settimana e quando hanno voglia di mangiare carne o alimenti deperibili, vanno nel negozietto sotto casa e soddisfano il loro desiderio in giornata. I formaggi stagionati resistono a temperatura ambiente una o addirittura due settimane; quelli freschi e il gorgonzola un paio di giorni. Per le insalate, meglio scegliere quelle meno tenere; tutte le altre verdure resistono benissimo per una settimana, anche due. Idem per salse, salsine e marmellate; niente muffa per ben due settimane fuori dal frigorifero (a meno che non ne rimanga una piccola quantità nel vasetto). Quindi sfatiamo subito la convinzione di dover andare a fare la spesa ogni giorno.

Tutto quello che comprano, viene conservato nel loro frigorifero spento, che utilizzano come dispensa. Niente contenitori ermetici perché il segreto sta nel lasciar circolare l’aria. I formaggi quindi restano nella loro carta mentre le verdure si sistemano nei piatti coperti ma non sigillati. Un’altra accortezza è quella di acquistare frutta e verdura dal produttore anziché al super, perché è più fresca e non ha subito sbalzi termici.

Bevono tutto a temperatura ambiente; l’acqua la preferiscono addirittura tiepida, perché aiuta a digerire. Per quanto riguarda la birra, quando ne hanno voglia escono e fanno un po’ di vita sociale, che non fa mai male. Poi, mi dice, gli sfizi vanno vissuti come sfizi, non come abitudini. Mi dà un consiglio per tenere in fresco le bevande: infilare uno nell’altro due vasi di coccio di diverse dimensioni. Nell’intercapedine va messa della sabbia che va bagnata. Poi si infila una bottiglia, si coprono i vasi e si mettono in un luogo fresco. Lui non lo fa, ma in teoria questo sistema dovrebbe tenere fresca la bottiglia.

E i vantaggi del vivere senza frigorifero? Dando per scontato il risparmio, mi dice che non sprecano più nulla; dopo alcune difficoltà iniziali hanno imparato a comprare e cucinare il giusto, ad avere il senso del limite, a mangiare prima gli alimenti più deperibili e tenere per ultimi quelli che si conservano più a lungo. Hanno ridotto notevolmente gli imballaggi, mettono più fantasia nelle loro ricette, mangiano cibi più saporiti e gustosi. Aggiunge che si sentono più liberi.

Un’ultima domanda: coliche dovute alla conservazione sbagliata del cibo? Non pervenute. Non ci si ammala a rinunciare al frigorifero, è ufficiale. Guido è stato davvero gentile e disponibile, oltre che simpatico, e durante la nostra conversazione non ho mai avuto l’impressione di parlare con un fricchettone che vive fuori dal mondo senza rendersi conto che qui esiste la civiltà, anzi; credo sia una persona capace di mettersi in discussione senza dare per scontate cose solo perché sono così da che ne abbiamo memoria. Se volete provare anche voi: dividete la vostra spesa e conservatene una parte in frigo e una parte fuori. Dopo una settimana verificate se ci sono differenze, se ciò che avete messo in frigorifero è davvero più fresco. Poi fatemi sapere, perché io non posso farlo!

L’altro giorno chiacchieravo con la mia amica Claudia a proposito della scelta di spegnere il frigorifero e scherzavo su come questo mio essere green stia diventando un viaggio senza meta (oltre che senza ritorno), un tunnel senza luce. “Mi ci vorrebbe un progetto, che abbia un inizio e una fine, almeno ad un certo punto mi fermerei”, le ho detto. Dopo qualche ora, ecco l’ideona: rinunciare ad una cosa al mese, per dodici mesi. Pazza. Ma nemmeno troppo, visto che non sono la prima: Vanessa Farquharson ha deciso di adottare un cambiamento al giorno per 365 giorni, e il nostrano progetto 52cose prevede un cambiamento a settimana.

Io ho scelto un cambiamento al mese per dodici mesi perché:
«Il dodici segna l’ingresso nella pubertà e dunque induce l’idea di una trasformazione radicale […che] si fonda su un passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere. È per questo che il dodici traduce implicitamente gli ostacoli, i passaggi difficili, gli enigmi da risolvere.»*

I motivi di questa folle decisone:
1. perché, come già detto, vorrei darmi un limite, un punto di arrivo;
2. perché sono un po’ – ma solo un po’ – fuori di melone;
3. per capire fino a che punto una cosa è superflua o necessaria;  questo è il punto più importante e quello che determinerà se la rinuncia sarà permanente o meno.

Claudia, dopo aver approvato dicendo “è una bellissima idea” (le amiche ti vogliono sempre un po’ male o forse è che tra fuori di melone ci si intende), mi chiede se dopo un mese senza qualcosa, riprenderò ad usarlo. Dipende. Se la rinuncia mensile risulterà impossibile sì, altrimenti no. Potrei anche optare per una via di mezzo su alcune cose, limitandone il consumo senza farne a meno del tutto. Per sapere se una cosa è indispensabile bisogna prima privarsene, no?

Ho già in testa dodici rinunce, alcune davvero estreme altre più soft; non ve le anticipo perché non voglio rovinarvi la sorpresa e perché potrei anche cambiare idea in corso d’opera e sostituire un sacrificio con un altro; anzi, avete qualche suggerimento? Tipo smetterla con con queste idee bizzarre e fare la persona seria? Ovviamente parto dal frigorifero, che sarà la mia rinuncia di maggio perché non ho ho nessuna intenzione di dover trovare una tredicesima cosa. Siete ancora in tempo a fermarmi :)

*Citazione da Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze copiata e incollata da Wikipedia, of course :)