Scopro con piacere questo bel progetto, nato dall’idea di Arianna Chieli, Gabriella Grasso e della mia amica Elena Torresani.

Leggo e riporto dal loro sito:

“Con il BookSwap non si vuole creare solo un’occasione di scambio e di risparmio intelligente in una stagione economica e culturale particolarmente complessa: si vuole dare vita a un momento di incontro tra estimatori e amanti della letteratura, una specie quasi sempre relegata alla fruizione solitaria.”

Un pomeriggio dedicato quindi allo scambio di libri, ma anche delle proprie impressioni ed emozioni legate alle pagine che abbiamo letto e che vogliamo condividere. In questi mesi di baratto compulsivo, mi sono accorta che l’oggetto più difficile da scambiare è proprio il libro; soprattutto se lo si è amato molto, spedirlo a qualcuno che non si conosce di persona, senza nemmeno due righe in cui si spiega come quelle pagine ci hanno emozionati, colpiti, cambiati, fa sempre un po’ male.  Ma poterlo donare personalmente, parlarne con il futuro proprietario, raccontargli di noi, ascoltare di lui, dev’essere tutta un’altra cosa. Il libro è un po’ un cucciolo, è bello sapere che andrà a stare bene, che sarà accudito e amato come abbiamo fatto noi e che lascerà la nostra polverosa libreria per andare ad emozionare ancora.

Quindi iniziamo a salutare i nostri romanzi preferiti e partecipiamo a questa iniziativa: si possono portare dai due ai dieci libri e per ogni libro ceduto se ne riceve uno in cambio. Se qualche volume non dovesse essere scambiato, sarà donato alla Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia, che li destinerà alle biblioteche per degenti attive presso i suoi Istituti.

Saranno presenti anche cinque scrittori, che leggeranno brani tratti dai libri che hanno amato.

L’appuntamento è per domenica 6 marzo, dalle 17 alle 21, ci si incontra al Chiostro del Teatro Grassi, in via Rovello 2 a Milano.

More about Un anno a impatto zero Dopo aver letto il libro Un anno a impatto zero cerco di usare sempre le scale in alternativa agli ascensori, pedalo per la città nei limiti delle mie distanze lavorative, uso fazzoletti e tovaglioli di stoffa, e potrei fare molto, molto di più. Mica mi è stato fatto il lavaggio del cervello. Semplicemente ho cominciato a ragionare su nuovi pensieri.

Il fuori di testa Colin Beavan ha voluto sperimentare insieme ai suoi famigliari l’impresa di vivere un anno a impatto zero. Che non significa ridurre i consumi per 365 giorni esatti, ma eliminarli del tutto. Ovvero arrivare al punto di non utilizzare l’elettricità né il gas, di non produrre rifiuti (sostituendo l’usa e getta) e di compensare le emissioni inevitabili con del sano volontariato (pulizia delle spiagge o dei parchi).

L’esperimento, che ha dato vita a un blog, un libro, un documentario nonché a numerosi gruppi di fedeli che seguono l’esempio di Beavan, ha dato risultati tangibili non solo dal punto di vista della riduzione dell’inquinamento (quanto può fare un uomo solo, e quanto potrebbe fare un popolo intero?), ma anche da quello morale: quanti giorni della nostra vita trascorriamo senza la consapevolezza delle ripercussioni delle nostre azioni sull’intero pianeta?

Passare a una dieta vegetariana, per cominciare: non bisogna solo pensare all’uccisione di milioni di creature senzienti, ma anche alla crudeltà cui vengono sottoposte venendo allontanate dalla vita secondo natura, caricate di antibiotici e nutrite con ormoni e mangimi adatti solo a una crescita smisurata. Per non parlare delle emissioni prodotte dagli allevamenti intensivi e di quante coltivazioni siano destinate al nutrimento degli animali prima che agli affamati del Terzo Mondo.
Inoltre il limite e il vantaggio di usare prodotti di stagione, non surgelati né importati da altri paesi, danno al cibo un nuovo valore: lo stesso che pervade la voglia di scovare ricette e sapori nuovi in ogni periodo dell’anno e di prendersi il tempo per cucinare con amore per i propri cari.

Capire che l’usa e getta una volta non esisteva: pensate agli imballaggi, i piatti e le posate di plastica, i sacchetti per la spesa, gli assorbenti, i pannolini, i fazzoletti da naso. Poche ore di vita, e poi vengono gettati via.
I flaconi dei detersivi ora si possono ricaricare alla spina, la MoonCup e i pannolini di cotone lavabile sono acquistabili online e offline (niente più tessuti plastici e sbiancanti tossici), le spugne e i tovaglioli di stoffa rimpiazzano il tanto amato panno carta a vantaggio delle foreste [e la tazza di alluminio che porto sempre agganciata alla borsa sostituisce i bicchieri di plastica nei self-service].

Tornare in forma gratis: ci lamentiamo di essere sovrappeso e spendiamo soldoni nelle palestre. Però sempre ci accomodiamo su ascensori, scale mobili, auto o treno. Le gambe sono fatte per gambare, e allora usiamole! E se la suocera abita troppo lontano per esser raggiunta in bicicletta, allora rinunceremo a una cena su mille.

Ma non c’è solo questo: c’è la fatica a cambiare abitudini, l’adattamento a condizioni non sempre comode, l’addio al televisore, lo scontro con gli scettici e la paura di non farcela, e poi c’è il pannello fotovoltaico, il bucato a mano, la produzione casalinga di detergenti ecologici, il riciclo di oggetti e abiti dismessi, una nuova percezione del tempo, la Felicità.

E comunque una delle conclusioni cui Beavan giunge è che non tutto ciò che è progresso va rifiutato. Non tutto quello che nasce per migliorare la nostra vita ha su di esse un impatto negativo, diretto o indiretto.
Ma possiamo dire che i motivi per cui viviamo meglio dei nostri nonni, sono tanti quanti i motivi per cui viviamo peggio?

Se ne volete ancora, leggetevi il libro. Stampato ovviamente su carta certificata PEFC.

Ecco, in sostanza io credo che per capire davvero non ci serva un intero anno a impatto zero, ma un esame di coscienza. Lo sapete che per cambiare un’abitudine ci vuole almeno un mese? Cambiare, tentare di migliorarsi, tacere la voce che dice “non ci riesco”, può insegnarci quanto è facile agire consapevolmente ogni giorno della nostra vita per stare meglio.
Mettiamo attenzione nelle nostre azioni.

Per fare del bene, o un po’ meno male, al nostro mondo.

More about StecchitiI morti sono come i supereroi: li puoi lanciare dal decimo piano, puoi segarne gli arti o proiettarli a 200km/h contro un muro. Non provano dolore e soprattutto non muoiono mai.

Mary Roach ha condotto una ricerca sui tanti possibili “usi” dei cadaveri: i cadaveri aiutano i chirurghi plastici che un giorno dovranno mettere le mani su un volto vivo, o contribuiscono  al lavoro di Gil Grissom & co. coltivando vermi e larve. Sono utili nei crash-test, vengono aperti, fatti a pezzi, richiusi, decapitati. Super.

Qualcuno di sicuro dirà di volersi far cremare per non finire vittima di amputazioni, torture, umiliazioni, ma. C’è un ma: lo sapevate che la cremazione è altamente inquinante? Sapevate che le sostanze che  vengono rilasciate dalla combustione delle nostre otturazioni e protesi e bypass (nonché schifezze chimiche ingerite per una vita intera) sono altamente tossiche per l’atmosfera? Per non parlare del monossido di carbonio sprigionato dal fuoco stesso. Eh, no.

Ci sono modi molto più ecologici per risolvere la questione, per rispettare l’ambiente anche dall’aldilà.
Questi metodi, innovativi e non inquinanti, sono stati proposti già nei paesi del nord d’Europa (dove l’ambientalismo è molto più radicato che da noi) e si tratta della trasformazione del corpo in compost e del discioglimento nella lisciva.

La lisciva è una sostanza usata per i detersivi naturali ed è a bassissimo impatto ambientale. Una volta sciolto completamente, il nostro corpo finirebbe nelle tubature per diventare parte del ciclo dell’acqua.
Diventare compost invece è come ritornare alla terra (cenere ritornerai), nutrire una vita nuova, una pianta da frutto, un ulivo, chissà.

Stecchiti quindi, frutto di alcuni anni di ricerche presso obitori, laboratori scientifici, studi di artisti eccentrici, parla a suo modo di ecologia. Come possiamo contribuire al progresso verso una vita (e una morte) ecocompatibile? Prima di tutto ampliando i nostri orizzonti mentali e cercando di andare oltre i nostri tabù e vincoli sociali o religiosi. Abituiamoci ad adattarci all’eventualità che anche morire diventi un problema per l’ambiente.

E allora voi, se i vostri parenti non rischiassero lo shock per una richiesta strana, quale fine scegliereste fra terra, aria, fuoco e acqua?