Vi ricordate di Pink is the new green, l’evento organizzato da Organyc dove si è parlato di sostenibilità al femminile? Io ho partecipato in quanto donna-blogger-ambientalista e mi erano piaciuti molto sia il binomio donna/sostenibilità sia l’idea che le donne siano il motore di un cambiamento e che attraverso la rete si impegnino a diffondere piccoli e grandi gesti perché questo cambiamento avvenga.

Qualche giorno fa ho scoperto With and within, un social network tutto al femminile e ho ritrovato in parte l’atmosfera di quell’evento. Dato che sono fresca d’iscrizione e sto muovendo i primi passi nel sito, quella che segue è una prima impressione, superficiale ma comunque molto positiva.
W&W è un social network che funziona in modo simile a Google+ e Facebook, ma ha la particolarità di ospitare esclusivamente donne che – come su qualsiasi social network – si scambiano consigli, opinioni, condividono interessi e passioni. Non essendoci uomini, manca tutta quella serie di atteggiamenti volti ad attirare l’attenzione dei contatti maschili, il che si traduce in contenuti migliori rispetto alla media.
Gli aspetti più interessanti sono però altri: oltre a raccontare se stesse e parlare del più e del meno, le utenti hanno a disposizione degli spazi sul sito per promuovere la propria attività (o meglio, il lavoro che amano) e per barattare competenze, oggetti, abiti, tempo e case.

Mi piace, e mi riprometto di approfondire la conoscenza con le abitanti di questo social dopo le vacanze. Già, perché da domani sarò ufficialmente in ferie e la mia presenza in rete sarà quasi nulla (potrei tentare la tredicesima fatica, senza tecnologia :)).

Vi lascio con un sapone in rosa (per rimanere in tema femminile):

Sapone Big Babol

Cliccate sull’orrenda foto per la ricetta e buone vacanze (anche agli uomini, ovviamente) :)

 

In questo ultimo periodo sono presissima da mille cose e per questo il blog è un po’ passato in secondo piano. Oggi mi prendo cinque minuti per raccontarvi di una delle cose che ha riempito la mia testolina nell’ultimo mese. Cominciamo dal principio. Così come accade su Facebook, capita che un’amica ti suggerisca ai suoi amici e ti coivolga in qualche gruppo e ti trovi a mettere tanti “mi piace”. Succede che questo gruppo di persone sia fuori dalla rete, sia nella vita vera e reale. Così conosci gente in carne ed ossa, persone davvero in gamba che vogliono organizzare un evento musicale ma non solo. Un’occasione per uscire dalla rete ma ricreando quella rete nella realtà, incontrandosi e condividendo saperi e idee per costruire il nostro mo(n)do per stare bene. Ci si incontra e si discute, si progetta, si dà ognuno il proprio contributo. Poi si comincia a lavorare e a far materializzare tutte quelle cose che si erano dette e pensate e viene fuori una cosa figa, che non basta un “mi piace” per esprimere l’entusiasmo verso un’iniziativa del genere.

Sto parlando del Welcome to the jingle 2.0, che raccontato in pochissime parole sarà: musica dal vivo, laboratori, orto, libri, open source, mobilità sostenibile, cibo biologico e a filiera corta, riuso e riciclo, sharing, progettazione partecipata, pensare pubblico, consumo critico, equità sociale, sostenibilità. Il tutto collegato, fisicamente collegato da delle corde, perché ogni cosa si lega all’altra per costruire il nostro mo(n)do per stare bene.

Non avete capito nulla? Allora potete venire a trovarci oggi a partire dalle 19,00 e domani dalle 18,00 e ascoltare, mangiare, imparare, condividere, guardare, campeggiare e a scoprire cos’è questo evento sperimentale e partecipato. Siamo allo Spazio4 in Via Manzoni 21 a Piacenza e se non potete venire, seguiteci in streaming o su facebook. Fioccheranno “mi piace” reali, ne sono sicura.

Da qualche giorno sono verde di rabbia soprattutto verso me stessa, perché mi faccio ingannare dalle foglioline verdi, dal business del green, dal marketing sostenibile. Sono ecologista da una vita e non perché sia una santa, ma semplicemente perché mi hanno educata così. Alla scuola elementare mi hanno insegnato a rispettare l’ambiente, a non buttare le cartacce per terra e la mia tesina per gli esami della quinta elementare riguardava lo spreco d’acqua. Correva l’anno 1990. Ricordo che non ci permettevano di portare le merendine da casa e ci davano una mela o uno yogurt a testa durante l’intervallo. Per farci comprendere il motivo di questa scelta, ci fecero fare un lavoretto sull’alimentazione: una ricerca sulle buone abitudini alimentari, sui coloranti, conservanti e additivi contenuti nei prodotti confezionati e sul preché fosse importante mangiare frutta e verdura. Quindi già in tenera età sapevo gran parte di tutto ciò che c’era da sapere e per questo, esclusi gli anni dell’adolescenza in cui l’eccesso è la regola, ho vissuto in modo sostenibile quasi senza accorgermene. Le possibilità economiche limitate hanno fatto il resto: indossavo vestiti dismessi dall’amica o dalla cugina, compravo un paio di scarpe all’anno, non buttavo via nulla perché tutto poteva servire e le vacanze si facevano un anno sì e cinque no, nel modo più sostenibile possibile: a casa della bisnonna che viveva vicino al mare.

Quando sono andata a vivere da sola ho arredato casa con mobili, elettrodomestici e accessori regalati da parenti e amici, tutto di seconda (o terza) mano. Ogni tanto qualcuno scartava un divano più bello del mio, allora me lo accaparravo e regalavo il mio a qualcun altro. Ho avuto il mio primo computer degno di questo nome a 23 anni, usato. Ho comprato la mia prima auto (sempre usata) a 30 anni e la sto vendendo ora a distanza di un anno. Non ho mai preso un aereo in vita mia. Dato che sono da sempre una persona sensibile, già da adolescente premevo in casa per poter diventare vegetariana e pretendevo che si comprassero prodotti non testati sugli animali.

Oggi, vedo spuntare come funghi riviste, libri e fiere che ci raccontano cosa possiamo fare per vivere sostenibile e mentre ce lo raccontano, ci vendono qualcosa. Tutto è biodegradabile, sostenibile, biologico, ecologico, riciclato: basta che compri. Ti serve una nuova biro? No, ma è biodegradabile, quindi metti mano al portafoglio, perché è green. Hai bisogno di sapere come ha fatto tizio a vivere senza carta igienica? Preferiresti non conoscere certi dettagli, ma puoi non aver letto il libro del più famoso uomo sostenibile al mondo? Così finisco con il comprare oggetti che non mi servono, leggere libri che ripetono gli stessi consigli verdi all’infinito (perché poi per vivere sostenibile non esistono mille modi diversi), riviste che sprecano carta cercando di vendermi il must dell’ecologista. Non dico che non si debba passare da un prodotto inquinante ad uno che non lo è – a patto che serva – o che non ci sia bisogno di consumare frutta e verdura biologiche; dico che acquistare sporte fashion o  buttare in discarica la lavatrice di classe B per passare al modello classe A, è meno sostenibile di quanto sembri e che non trovo giusto fare del business con la scusa di voler salvare il mondo. Dietro al nobile intento di diffondere una nuova coscienza verde, spesso si nasconde solo l’intenzione di cavalcare l’onda della moda ecologista e vendere il proprio prodotto o pensiero. In realtà non diffondono proprio nulla, perché il target siamo noi, persone già sensibili all’argomento, non certo chi se ne frega, che continuerà a farlo.

L’unica cosa sensata da fare per salvare il pianeta (o meglio, per salvare noi stessi) è decrescere: comprare meno, comprare meglio, produrre meno rifiuti.  Tutti i consigli su come farlo possono essere diffusi in modo gratuito su internet, attraverso il passaparola, nelle scuole o grazie alle associazioni che organizzano eventi dove non si vende nulla. Il resto è una fregatura nella quale spesso cado, diventando poi verde di rabbia.

 

 

L’altro giorno chiacchieravo con la mia amica Claudia a proposito della scelta di spegnere il frigorifero e scherzavo su come questo mio essere green stia diventando un viaggio senza meta (oltre che senza ritorno), un tunnel senza luce. “Mi ci vorrebbe un progetto, che abbia un inizio e una fine, almeno ad un certo punto mi fermerei”, le ho detto. Dopo qualche ora, ecco l’ideona: rinunciare ad una cosa al mese, per dodici mesi. Pazza. Ma nemmeno troppo, visto che non sono la prima: Vanessa Farquharson ha deciso di adottare un cambiamento al giorno per 365 giorni, e il nostrano progetto 52cose prevede un cambiamento a settimana.

Io ho scelto un cambiamento al mese per dodici mesi perché:
«Il dodici segna l’ingresso nella pubertà e dunque induce l’idea di una trasformazione radicale […che] si fonda su un passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere. È per questo che il dodici traduce implicitamente gli ostacoli, i passaggi difficili, gli enigmi da risolvere.»*

I motivi di questa folle decisone:
1. perché, come già detto, vorrei darmi un limite, un punto di arrivo;
2. perché sono un po’ – ma solo un po’ – fuori di melone;
3. per capire fino a che punto una cosa è superflua o necessaria;  questo è il punto più importante e quello che determinerà se la rinuncia sarà permanente o meno.

Claudia, dopo aver approvato dicendo “è una bellissima idea” (le amiche ti vogliono sempre un po’ male o forse è che tra fuori di melone ci si intende), mi chiede se dopo un mese senza qualcosa, riprenderò ad usarlo. Dipende. Se la rinuncia mensile risulterà impossibile sì, altrimenti no. Potrei anche optare per una via di mezzo su alcune cose, limitandone il consumo senza farne a meno del tutto. Per sapere se una cosa è indispensabile bisogna prima privarsene, no?

Ho già in testa dodici rinunce, alcune davvero estreme altre più soft; non ve le anticipo perché non voglio rovinarvi la sorpresa e perché potrei anche cambiare idea in corso d’opera e sostituire un sacrificio con un altro; anzi, avete qualche suggerimento? Tipo smetterla con con queste idee bizzarre e fare la persona seria? Ovviamente parto dal frigorifero, che sarà la mia rinuncia di maggio perché non ho ho nessuna intenzione di dover trovare una tredicesima cosa. Siete ancora in tempo a fermarmi :)

*Citazione da Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze copiata e incollata da Wikipedia, of course :)

Ormai sono così abituata a vivere in modo sostenibile che, quando incontro persone che non lo fanno, resto basita. Mi rendo conto di essere io quella fuori da mondo, ma quando vedo un comportamento poco ecocompatibile, mi viene da dire: ma veramente tu vivi così?

Ad esempio, l’altra sera ho avuto un quasi incontro di lavoro con delle persone. Una di queste, dal ritorno dal bagno si è lamentata della mancanza delle salviettine per asciugarsi le mani. Ma veramente? Io sarei stata contenta dell’assenza dell’usa e getta e, invece di tirare fuori il provvidenziale fazzoletto di carta, avrei scrollato per bene le manine, o le avrei asciugate sui pantaloni. Anche i fazzoletti di carta, no ma dico, esistono ancora?

Altro esempio. Passeggiando, un signore se ne esce con un discorso della tale macchina. Stanno per finire la produzione e vendono gli ultimi modelli con diversi optional e grandi sconti, quasi quasi la compro, dice. Ma veramente? Io sono qui a scervellarmi su come liberarmi dell’auto e tu stai valutando di comprare un macchinone che produce millemila chili di anidride carbonica solo a guardarla? Butto lì l’idea dell’auto elettrica, ma dice che per lui non è adatta, perché fa l’autostrada ogni giorno. Ogni giorno? Mi mordo la lingua ma vorrei proporgli il treno, la compensazione delle sue immissioni o quantomeno fargli notare che mi sta inquinando il mondo. Taccio, perché mi rendo conto che sto passando il limite che mi farà etichettare per sempre come estremista ambientalista isterica.

Parliamo di organizzare un evento. Sento nominare bottiglie d’acqua di plastica, bicchierini di plastica, lattine di cocacola. Prima di svenire, propongo di chiedere agli invitati di portarsi la caneca da casa, scegliere bicchieri compostabili, optare per la Ubuntu Cola, chiedere alla SIGG se può partecipare all’evento con la sua fantastica borracciona per abbeverare gli invitati. Mi guardano male. Vedo comparire l’etichetta di cui sopra, sulla mia fronte.

La realtà è che spesso quando esco dal mio circuito di affetti, amicizie e conoscenze “green”, mi scontro con un mondo fatto di indifferenza verso i problemi ambientali, gli sprechi, i rifiuti. Mi sento rassegnata e impotente. Se taccio, contribuisco all’indifferenza; se parlo, ecco l’etichetta.

Fortunatamente non è sempre così. Di recente sono stata ad una bella festa di compleanno dove ben cinque persone erano vegetariane, ho visto scartare regali riciclati ed ecologici, si è parlato di assorbenti lavabili e coppette mestruali (fortunatamente non al tavolo), qualcuno ha tirato fuori il suo fido fazzoletto di stoffa con una punta d’orgoglio. Erano miei amici, però, quindi non so se vale. Un po’ sì, perché vuol dire che si può contagiare chi ci è vicino. Come si fa però a far arrivare il messaggio anche agli altri, senza passare per pazzi?